domenica 12 maggio 2019

RICORDO DI ROBERTO CAMILLERI

Roberto Camilleri era un appassionato di fumetti, ma pochi lo conoscevano in ambito nazionale perché non amava mettersi in mostra. Era socio dell’ANAFI, iscritto a gruppi Facebook come Fumettoso ed a Catania, la nostra città, frequentava abitualmente Etnacomics; ma non aveva mai voluto avventurarsi a Lucca o in altre capitali del fumetto, e raramente interveniva nei dibattiti. Era anche questa una forma di understatement, la stessa che lo portava a rifiutare le mie continue proposte di scrivere a quattro mani qualche articolo di saggistica. Diceva di non esserne in grado, ma non era vero: aveva una cultura fumettistica ad ampio raggio, che si intrecciava con una conoscenza profonda del cinema e della letteratura.


Lo stesso understatement caratterizzava la sua attività di giudice penale. Stimatissimo da colleghi ed avvocati, prolifico nella redazione di sentenze, rifiutava gli onori che ciò avrebbe potuto portargli, e pensava solo a fare umilmente il suo lavoro. Se tutti i magistrati italiani fossero come lui, l’arretrato che affligge i nostri tribunali probabilmente non esisterebbe. E questo lavoro ha continuato a portarlo avanti anche nella malattia, con un coraggio ed una abnegazione tali da far vergognare tanti modesti “impiegati” della toga.


Quando nel 2015, con la Fondazione Marco Montalbano di Viagrande, ideammo la mostra GIUSTIZIA A STRISCE (20 grandi pannelli espositivi, installati nell’atrio del Palazzo di Giustizia di Catania, dedicati ai giudici nei fumetti), mi diede tutto il supporto possibile, aiutandomi ad organizzare la conferenza di presentazione, e diffondendo, tra i tanti suoi amici e conoscenti, il libro-catalogo della manifestazione.

Nato a Catania nel 1962, Roberto Camilleri aveva ricevuto un valido imprinting fumettistico attraverso il Corriere dei Piccoli prima, e quello dei ragazzi poi. Aveva conosciuto i classici americani editi dall’editore Spada (una sua zia ne faceva una sorta di commercio), i supereroi-con-superproblemi della Marvel editi dalla Editoriale Corno, la riviste d’autore francese Pilote e Metal Hurlant, il rinascimento americano anni Novanta degli Alan Moore e Frank Miller, sino ad arrivare alle graphic novel di ultimissima generazione. 

In un mondo di appassionati di fumetti spesso pronti a difendere solo questo o quell’autore, questa o quella serie, personaggio o parrocchia, Roberto aveva una curiosità intellettuale assoluta. 

Due le principali caratteristiche del suo amore per il fumetto. Innanzitutto, sapeva perfettamente che esso è parte di una Cultura letteraria, visuale, artistica, che non può limitarsi al mondo delle vignette. Perciò, insieme ai fumetti, leggeva di tutto: romanzi, racconti, saggi, libri di cinema, di arte, di politica. Aveva una bellissima collezione del National Geographic, una rivista che ha col fumetto più punti di contatto di quanto si pensi (il grande Carl Barks, che ideò Zio Paperone e decine di altri personaggi per conto della Disney, sosteneva di scrivere le sue storie ispirandosi agli articoli della rivista geografica americana).


Inoltre, era perfettamente al passo con i tempi e detestava l’approccio puramente nostalgico al mondo del fumetto. Quando qualche quotidiano riproponeva personaggi del passato come Miki, Blek, Tex o Zagor, che pure per ragioni anagrafiche avrebbero dovuto essergli graditi, scrollava le spalle. Lui era avanti, alla ricerca di nuovi autori. Gli ultimi giovani maestri che ha scoperto ed amato sono due italiani: Leo Ortolani, il cui Rat Man stimava un capolavoro; e Zerocalcare, di cui aveva acquistato l’opera omnia.


“Cinzia”, proprio di Ortolani, è l’ultimo libro a fumetti che mi aveva imprestato, pochi giorni fa, nell’ambito del nostro consueto interscambio di carta stampata. Non avrei mai pensato che non ci fosse il tempo di restituirlo e commentarlo insieme; e non potrò mai sapere cosa pensava dell’ultima parte di “Jonas Fink”, la trilogia di Vittorio Giardino che avevo tanto amato e che ci tenevo leggesse.


Forse la malattia, la paura di non avere un grande futuro, lo aveva reso, per converso, meno propenso a rifugiarsi nel passato e più desideroso di guardare avanti, di vivere pienamente la contemporaneità. Così, già un paio di anni fa, mi aveva detto che non desiderava più confrontarsi con i vecchiumi. I classici, di ogni campo, li aveva letti, visti, ascoltati da giovane, da Shakespeare a Topolino al “Barbiere di Siviglia”; ora desiderava vivere il suo tempo e guardare al domani. Navigava in Internet, giocava ai videogiochi, seguiva il Marvel Cinematic Universe, conosceva più canali Youtube di un adolescente; e naturalmente cercava di cogliere, nei nuovi fumetti, il germe di un futuro luminoso anche per un’arte che periodicamente viene data per morta.

Abbiamo fatto in tempo a vedere insieme “Avengers: endgame”, che gli era molto piaciuto, come ha ricordato la moglie Maria alla commemorazione svolta ieri in Tribunale.

Ma la testimonianza più inaspettata della sua passione per il fumetto, della sua voglia di vita e di futuro, me l’ha data ieri Bruno Caporlingua, l’esperto che periodicamente organizza delle chiacchierate, in una libreria cittadina, dedicate ad autori e generi della storia del fumetto.


Era il 13 aprile, avevo accompagnato Roberto ad un incontro sull’autore americano Frank Frazetta; partecipava, come di consueto, un piccolo pubblico di appassionati, alcuni dei quali non avevamo mai visto prima. Tra questi c’era Paolo, un giovane universitario, che dopo aver letto della morte di Roberto, ha scritto a Bruno: <<Mi dispiace davvero tanto. Non lo conoscevo ma da quel poco che ho visto mi è sembrata una gran bella persona. Sai? Al termine dell’incontro mi disse solo due parole, che a questo punto credo che mi rimarranno impresse. Mi disse che era felice di vedere dei giovani in mezzo a un branco di vecchi: “Significa che c’è speranza”>>.

Arrivederci, amico mio.

Francesco Lentano
Catania, 12 maggio 2019















domenica 14 ottobre 2018

Tex, il GIUDICE BEAN e l'arte dei refusi

La notizia circola da qualche giorno anche sul web, ma la prima segnalazione ci è arrivata da Giuseppe Salvagno, della libreria Fumettosmania di Foggia, e da Rosanna Gianpaolo, animatrice del Teatro del Pollaio, che già abbiamo citato qui quando a suo tempo curarono l’allestimento della mostra Giustizia a strisce all’Università di Foggia. 


La notizia buona è che la Bonelli ha dedicato al personaggio del Giudice Bean uno di quei bei volumoni che, da diversi anni, rilanciano in formato gigante alcune delle più belle storie della serie regolare mensile. 






La notizia cattiva è che un clamoroso refuso, sulla costa del libro, ha reso questa edizione un po’ imperfetta. La casa editrice provvederà, a quanto pare, a ritirare le copie. 


In attesa di capir meglio se la responsabilità è dell’editore o dello stampatore, val la pena ricordare che il Giudice Bean è un personaggio che, nella storia della Casa editrice Bonelli, appare e scompare. 

Nel 1970, sul n. 117 della serie gigante, dopo la conclusione della storia iniziata sugli albi precedenti (“El paso”), sotto il titolo “La legge di Roy Bean” inizia una storia che occuperà anche i tre albi successivi. I testi sono di Gianluigi Bonelli, i disegni di Guglielmo Letteri. Carson fa in tempo a capitare nel Saloon-Courthouse del preteso magistrato, il quale amministra una giustizia a confronto della quale, gli ingolfati e imperfetti tribunali italici sono la Dea Giustizia in persona…

Tex 117<br>Copertina di Aurelio Galleppini<br><i>(c) 1970 Sergio Bonelli Editore</i>

Sergio Bonelli ha più volte raccontato di aver avuto lui l’idea, sottoposta al padre, di sfruttare un personaggio realmente vissuto, che fa parte della tradizione del west… 

L’editore rimase insoddisfatto di come il padre aveva trattato il personaggio (nel prosieguo dell’avventura, Bean scompare letteralmente, e tutto prosegue come una banale caccia a dei trafficanti d’armi; vedi sintesi su ubcfumetti); ma in precedenza, nel 1963, aveva egli stesso creato una serie dedicata al Giudice Bean; serie di pochi episodi, ma che è stata ristampata più volte, da ultimo nel 2016 da Editoriale Mercury. 
Di questa serie abbiamo già parlato qui; mentre la storia di Tex, ristampata nel volumone di grande formato appena uscito, l’abbiamo menzionata proprio nel catalogo della mostra “Giustizia a strisce”, di cui riportiamo un passaggio:

Concludendo ricordiamo che non è la prima volta che un libro a fumetti viene ritirato dal commercio immediatamente dopo la distribuzione; capitò, ad esempio, per il volume che il Corriere della Sera stampò appena dopo la strage di Charlie Hebdo, senza il consenso degli autori le cui opere erano state riprodotte.

Qui di seguito, a ricordo di quell’esperienza, a cui contribuì Paolo Bacilieri, riproproniamo, di questo grande autore, un vecchio, ironico omaggio proprio a Tex.


Concludiamo anche ricordando che, una volta, gli errori di stampa erano una cosa seria, e potevano portare a mandare al macero intere edizioni di giornali, come si racconta in questo vecchio articolo del 1988. La figlia del tipografo che studia il latino a scuola, e scova l’errore sfuggito a tutti, ha un che di commovente.


Oggi, anche il supplemento settimanale del Corriere della Sera può permettersi di parlare delle ferrovie del Perù in termini involontariamente licenziosi:


Se doveste trovare gravi errori in questo post, per favore, segnalatelo!

sabato 28 aprile 2018

SCOPERTO IL DISEGNATORE DI MARTIN LUTHER KING

Arriviamo buoni ultimi; ma, si sa, gli ultimi saranno i primi.

Riprendiamo, a distanza di un po’, una notizia già data dallo zio di tutti i blogger sul fumetto, Gianfranco Goria, che ne ha parlato qui, citando a sua volta un blog americano.




La notizia è che, a distanza di decenni, è stato identificato l’ignoto disegnatore di un fumetto passato alla storia per il suo impegno politico: Martin Luther King and the Montgomery Story.

In questo blog abbiamo già parlato del razzismo nei fumetti, citando un bel saggio scritto da Alessandro Bottero. Ora riprendiamo il tema perché la questione è veramente interessante.

Il fumetto in questione, sul quale esiste anche una voce di Wikipedia, non fu prodotto e distribuito da un editore commerciale, ma da una associazione pacifista; ebbe dunque ampia diffusione, ma, non essendo legato al mondo del collezionismo come accade nei fumetti seriali cosiddetti mainstream, pochissime copie ne sono state conservate, e non si sapeva chi ne fosse l’autore.



La ricerca è durata anni, con varie ipotesi, sino a che, in occasione di una fiera di fumetti a New York, l’ormai novantenne Sy Barry ha confermato di essere stato il disegnatore del fascicolo.
L’opera può essere letta liberamente in inglese e spagnolo, poiché è stata interamente scansionata e messa in rete; dunque chi è interessato potrà leggerla, è scritta in termini molto semplici per poter essere compresa da tutti. L’aspetto visuale è pure molto curato, e del resto Barry, insieme al fratello minore Dan, è stato uno tra i più apprezzati artisti del fumetto americano tra gli anni Quaranta ed i Settanta.
Lo sfondo giuridico dell’opera non è dato dalla presenza di giudici o avvocati, che in effetti non compaiono mai direttamente; ma il mondo della legge resta sempre presente.

La premessa è che, quando gli afroamericano iniziarono il famoso boicottaggio degli autobus pubblici a Montgomery, Alabama, preferendo recarsi al lavoro a piedi o con i pochi altri neri conducenti di taxi, la polizia locale cercò in tutti i modi di ostacolarli per far cessare il boicottaggio.

Ecco un esempio in una vignetta, dove l’agente promette al conducente di spedirlo dritto dritto davanti al giudice.



E qui lo stesso Martin Luther King viene fermato.


Il tutto portò ad una storica sentenza della Suprema Corte, come si vede in questa vignetta.



Dal punto di vista della storia del fumetto, sebbene il già citato libro di Alessandro Bottero citi molti casi di prodotti dell’industria editoriale favorevoli alle rivendicazioni degli afroamericani, è importante notare che il fascicolo in questione rimase del tutto al di fuori della normale diffusione, essendo stampato, come detto, da una associazione no-profit, e distribuito in chiese, comunità e centri di aggregazione giovanile.

Del resto è sbagliato pensare che il fumetto (ma lo stesso vale per ogni altro mezzo di comunicazione) viaggi solo attraverso i canali ordinari del prodotto industriale. Vi sono molti altri casi di opere dalla distribuzione parallela o alternativa, che nondimeno si pongono come pietre miliari.




Sempre a proposito dei neri d’America, uno splendido volume mai tradotto in italiano, “Cartoons for Victory”, dedica un intero capitolo alla loro condizione negli anni della seconda guerra mondiale. Partendo da una cruda descrizione dello stato di segregazione in cui i neri vivevano allo scoppio delle ostilità, l’autore Warren Bernard spiega che per loro si trattò di combattere una guerra su doppio fronte, contro i segregazionisti in Patria, e contro l’Asse all’estero. A cercare di patrocinare l’impegno militare dei neri, finalmente ammessi in quasi tutte le forze armate nel corso del 1943, furono alcuni giornali distribuiti esclusivamente nei quartieri neri delle città; tra questi il Chicago Defender, che pubblicava le strisce dell’eroe nero Speed Jaxon, e il Baltimore Afro American, con la serie Jive Gray. I nomi degli autori di questi fumetti non sono passati alla storia, ma ancora una volta dimostrano come si possano diffondere delle idee anche senza vendere milioni di copie.

Concludiamo su Sy Barry. Rimandando qui per la voce di Wikipedia, e qui per il suo sito ufficiale, ricordiamo che per i lettori italiani non è facile poter ammirare la sua arte.

Al fratello minore Barry, a lungo disegnatore di Flash Gordon, la benemerita ANAFI ha dedicato un bel volume a cura di Alberto Becattini.




Sy è noto soprattutto per essere stato, per oltre trent’anni, disegnatore di Phantom, personaggio nato negli anni Trenta e conosciuto in Italia anche come L’Uomo Mascherato.



Sono da tempo fuori catalogo i numerosi fascicoli che la casa editrice Comic Art ha dedicato al personaggio; ma molti lettori ricorderanno anche un bel volumetto della Editoriale Corno, la storica casa editrice che rese celebri in Italia i Supereroi della Marvel.

Ecco un esempio dell'arte di Sy Barry:




sabato 24 marzo 2018

Recensioni / JONAS FINK, di Vittorio Giardino

Se il Guinness dei Primati desse maggiore spazio al Fumetto, anziché parlarci di gente capace di divorare centinaia di aringhe in pochi minuti, Vittorio Giardino avrebbe una buona possibilità di esservi menzionato. 
Con la pubblicazione del terzo episodio di Jonas Fink, l’autore bolognese ha chiuso nel 2018 una trilogia iniziata nel 1991 (se contiamo dalla apparizione delle prime pagine sulla rivista Il Grifo), o nel 1997 (se contiamo dalla prima apparizione dell’episodio completo in volume), e continuata nel 1998, anno di apparizione del secondo episodio, questa volta direttamente in libro. 25 anni per concludere una storia; potrebbe non essere un record mondiale assoluto, ma certamente ci sono buone possibilità di giocarsela.

 



Col tempo, quest’opera era diventato una sorta di araba fenice. Per i lettori che hanno amato i primi due episodi, l’attesa è stata lunghissima, in parte mitigata dalla possibilità di seguire un’altra trilogia, quella di No pasarán. Giardino infatti, un po’ perfidamente (ma gli artisti, si sa, devono seguire il proprio estro) ha sospeso Jonas per tornare a Max Fridman, il suo personaggio forse più noto. E poiché anche la trilogia di No pasarán si è dilatata oltre intenzione (come lo stesso autore ha ammesso in più occasioni), Jonas è divenuto la maledizione e l’ossessione per tutti i giardiniani d’Italia e del mondo. 

In ogni caso, dalla pubblicazione in volume del terzo episodio di No pasarán (avvenuta nel 2008) al terzo Jonas, sono trascorsi altri dieci anni, durante i quali il Nostro ha elargito qualche raccolta di disegni, qualche illustrazione, qualche copertina; certamente non abbastanza per soddisfare i suoi lettori. Non sono molti i disegnatori di fumetti che ha lasciato il loro pubblico a bocca asciutta per tanti anni. 

È stata ripagata la lunghissima attesa? 



Il formato di stampa e la sciatteria della Rizzoli 


Se invertiamo l’ordine dei fattori e paliamo prima del contenitore e poi del contenuto, certamente no. La Rizzoli, che ha acquistato il marchio Lizard (editore dei primi due episodi della serie) qualche anno fa, ha ben pensato di non pubblicare  il terzo volume con lo stesso formato e le medesime caratteristiche di stampa dei primi due. Ha invece pubblicato l’intera saga in un solo libro, con una grafica modesta e un formato bonsai che deprime il disegno del Maestro, e naturalmente ha costretto chi già aveva acquistato i primi due volumi (splendidi libri rilegati con sovraccoperta di grande formato) a ricomperarli. 




Le difese della Rizzoli, di fronte ai commenti critici apparsi sui social forum, sono note: molti lettori non avevano più memoria di quei vecchi libri, occorreva dare loro l’opera completa ad un prezzo contenuto. In realtà anche i nuovi lettori avranno di che lamentarsi. Nei primi due episodi, il rimpicciolimento rispetto al formato originale, fa sì che il lettering (che Giardino ha sempre curato a mano con estrema eleganza e precisione grafica) risulti di difficile lettura. Nel terzo, il lettering sembra concepito per le dimensioni di stampa prescelte, e dunque non ha problemi di leggibilità, ma in compenso le nuvolette invadono il disegno come mai era avvenuto in precedenza. 

Con tutto il rispetto per la politica editoriale di un editore celebre come Rizzoli, una scelta simile non può che deludere i lettori; del resto, parlando di un autore italiano, spiace particolarmente notare la disparità di trattamento rispetto alla Francia, ove il libro è uscito prima e in un formato più degno  (sebbene a sua volta ridotto rispetto allo standard) 

Ma che Giardino sia più rispettato oltralpe lo sappiamo dal 1989, quando sulla rivista A Suivre comparve il reportage a fumetti realizzato da un gruppo di fumettisti invitati a visitare l’Eliseo. Tutti francesi, ovviamente, a parte il Nostro. 

Lasciamo da parte le amarezze del contenitore e parliamo del contenuto. 

Una storia nella Storia

Jonas Fink è un fumetto storico, ambientato in quella che, anteriormente alla caduta del muro di Berlino, si chiamava Cecoslovacchia. Il protagonista, che troviamo bambino nel primo episodio, e che nell’ultimo giunge circa ai 50 anni, attraversa le vicende dolenti di questo paese: le repressioni staliniane, con il padre del protagonista arrestato e incarcerato solo perché ebreo e di origine borghese; le nuove speranze della cosiddetta Primavera di Praga; la repressione del 1968, con i carri armati sovietici che invadono Praga e mettono fine al sogno di un comunismo dal volto umano. 



Se, nei primi due episodi, la “macchina da presa” dell’autore è sempre su Jonas (ed il lettore non può che simpatizzare per questo ragazzino, costretto a crescere senza un padre ed a trovarsi un lavoro giacché gli viene negata l’iscrizione alla scuola superiore), nel terzo si ha l’impressione che il protagonista finisca con l’essere solo una pedina su uno scacchiere più ampio. Costretto a collocare i suoi personaggi in un momento tragico della Storia, l’autore sembra tenere meno all’eroe eponimo, al quale anzi non risparmia nulla, mostrandocelo fedifrago in amore, indeciso nel manifestare solidarietà agli amici, forse anche vile quando si convince a cercare di lasciare il paese. 

Si ha l’impressione, insomma, che il personaggio, nell’arco di quasi trent’anni, abbia preso, nelle mani di Giardino, una direzione in parte differente da quella alla quale sembrava destinato. O forse questa è solo un’impressione da lettore, e la trama era stata definita a grandi linee sin dall’inizio. 

Va detto anche che il terzo episodio si compone di 161 pagine, contro le 46 del primo e le 94 del secondo; e che, forse anche per l’età che avanza o per l’esigenza di portare a termine un’opera rimasta così complessa, si ha l’impressione di un disegno meno accurato del solito, e di qualche stacco di sceneggiatura un po’ brutale. 

Non volendo privare il lettore, che ancora non ha letto il libro, del piacere di scoprirne ogni dettaglio, non riveliamo qui la trama; piuttosto proviamo ad approfondire qualche segno di stile. 

Ritorno all’antico 

Intanto Giardino manifesta una grande padronanza nel tenere le redini di una storia dilatata nel tempo. Sono sempre precisi ed accurati, anche nel terzo episodio, i riferimenti ad eventi avvenuti nei tomi precedenti; e non può certamente essere casuale la scelta di aprire la nuova storia con Jonas ormai adulto in campeggio, in una natura lussureggiante come solo nei disegni del Nostro; esattamente come si apriva il primo volume, quando Jonas bambino era accompagnato all’aperto dai genitori ancora spensierati. 

È invece piuttosto curioso il ritorno ad una struttura della pagina più variegata rispetto ai due episodi precedenti. Nelle prime storie della maturità, ad esempio Rapsodia ungherese, Giardino inseriva vignette tonde o dai contorni frastagliati; una scelta stilistica che poi sembrava abbandonata, come già notarono Marcello Aprile e Simone Zeoli nel saggio “Le porte d’Oriente: Lettura linguistica dei fumetti di Vittorio Giardino”. 

Nei due episodi iniziali di Jonas Fink, simili espedienti vengono abbandonati, la massima deviazione, da una gabbia regolare della tavola, è l’uso di vignette che in parte si incastrano tra loro, ma sempre mantenendo una forma ortogonale. Nel terzo, le soluzioni si fanno fantasiose: nella tav. 21, una vignetta a forma di stella ha l’effetto di dare rilievo al volto di Tatiana, la ragazzina con cui Jonas scopre l’amore nel secondo episodio. In molte tavole appaiono vignette curvilinee; e nella tav. 60, il doppio volto femminile ricorda una soluzione adottata nella tav. 69 della già citata Rapsodia ungherese. 


Tra i ritorni dal passato c’è anche una certa componente erotica, ripescata forse dai tempi di Little Nemo. L’Autore non ha mai fatto mistero di saper disegnare il corpo femminile, ma nella trilogia precedente aveva accuratamente evitato il tema, col rischio di far apparire sin troppo stoico il protagonista Max Fridman, che a più riprese si sottrae alle proposte esplicite dell’amica Claire. Questa volta, di Jonas non ci viene risparmiato nulla, nemmeno la passione che lo travolge nel ritrovare Tatiana dodici anni dopo gli eventi narrati nel secondo volume. Scene che possono sembrare fuori luogo in un contesto drammatico del genere, ma che in fondo ci ricordano che la vita continua in ogni circostanza. 

Il giudizio sullo Stalinismo 

La Storia ha emesso le sue sentenze: il comunismo reale, come era chiamato il sistema creato nei paesi oltre la cortina di ferro, è collassato ovunque; a fatica oggi si trova qualcuno disposto a difendere le ragioni storiche di quella esperienza. Semmai si può discutere se le macerie del muro di Berlino abbiano travolto anche chi, nei paesi occidentali, aveva già preso le distanze dal modello sovietico e, non avendo conosciuto la tirannia comunista (ma semmai, in Italia, quella fascista), ha continuato a credere nel socialismo come in un mero ideale di giustizia. 

Giardino, che non ha mai esternato pubblicamente le sue opinioni politiche, rappresenta in quest’opera quelli che, con molta verosimiglianza, erano realmente le sensazioni e le emozioni di un paese totalitario. Vediamo la madre di Jonas fare la fila per conquistare generi di prima necessità; l’onnipresente polizia politica che tesse una rete di spionaggio tra un cittadino e l’altro; la violenza subdola, sottile anche quando non brutale sul piano fisico, con la quale le istituzioni tiranneggiano i cittadini dissenzienti. 

Eppure sbaglierebbe chi pensasse ad un’opera manichea. Sarebbe facile, ora che il crollo del Muro è storia passata, sparare solo sui cattivi di allora. I comunisti di Jonas Fink non sono rappresentati in maniera grottesca, come ottuse marionette, come lo erano, ad esempio, al tempo della guerra fredda nei fumetti della Marvel. 

Giardino coglie mille sfumature e non manca di rappresentare le contraddizioni tra chi, nel comunismo, ci ha veramente creduto, e chi ne ha fatto solo motivi di carriera. 

Quando, nel primo volume, a Jonas è negata l’iscrizione a scuola, l’autore mette in bocca, ad un dirigente scolastico, un discorso che potrebbe anche sembrare in buona fede, ma che conduce a conseguenze aberranti, poiché per ragioni politiche (figlio di un ebreo borghese), a Jonas viene impedito di iscriversi al ginnasio. 


All’inizio del secondo volume, un direttore di cantiere sembra rifiutare di assumere il giovane come apprendista muratore, quando apprende che è figlio di un “nemico del popolo”; ma non per timore, bensì per convinzione nel partito, al quale dichiara di essere iscritto da vent’anni, e dunque da prima della annessione del paese al Patto di Varsavia. 

Ed anche nel finale del terzo episodio, quando il Jonas di mezza età si ritrova a tu per tu con uno dei poliziotti che lo avevano minacciato da giovane, lo sguardo dell’autore sembra rifuggire da ogni forma di severità, abbracciando invece la tragedia della Storia in uno sguardo di pietà. 

I personaggi 

Impossibile non appassionarsi a personaggi che si seguono nell’arco di un racconto che non solo prende, nella finzione, 40 anni di storia, ma che i lettori della prima ora hanno a loro volta imparato a conoscere nel corso di quasi 30. 

A parte le connotazioni psicologiche, sempre molto ricche, si deve riconoscere a Giardino una notevolissima capacità di caratterizzare i visi, frutto di studi dettagliati. 

A parte Jonas medesimo, uno dei personaggi che certamente colpisce, protagonista silenzioso del secondo e del terzo episodio, è l’idraulico Slavek, ispirato graficamente al Giuseppe Tubi di disneiana memoria. 



Amante dell’alcool quanto basta, apparentemente pigro e indolente, in realtà in grado, a modo suo, di scardinare la logica del regime, Slavek si rivelerà, in più occasioni, in grado di rischiare in proprio pur di aiutare Jonas. Di tutti i personaggi, forse, è quello che più avrebbe meritato una menzione finale, una vignetta o una didascalia che tranquillizzasse i lettori sul suo destino. 

Impossibile, per chi ama leggere, non simpatizzare con il libraio Pinkel. Anziano già nel secondo episodio, compare ancora nel terzo, evidentemente sopravvissuto ai guai con la polizia che gli derivano dal custodire testi vietati dal regime. Pinkel trasmette l’amore per la lettura a Jonas, che dopo l’espulsione dalla scuola, aveva abbandonato ogni velleità di studio. Tra gli scaffali della sua libreria appaiono Kafka e tanti altri autori che hanno fatto grande la letteratura russa e mitteleuropea. La sua figura dimostra, anche se non ce n’è più bisogno dopo Fahrenheit 451, che leggere è sempre un atto sovversivo sotto qualsiasi regime; e che si può fare resistenza non solo gettando bombe, ma anche mantenendo viva la fiamma della libertà di lettura.

Tra le persone reali alla cui fattezze si è ispirato l’autore, un cameo lo merita il giornalista Vincenzo Mollica, che come direttore della rivista Il Grifo, tenne a battesimo le primissime tavole dell’opera. Giardino lo omaggia nel terzo volume, dando il suo volto al direttore di una emittente radio che continuerà a trasmettere clandestinamente dopo l’invasione sovietica. 


E non poteva mancare il cantautore Francesco Guccini

Giardino omaggia il suo concittadino dando le sue fattezze ad un avventore della taverna frequentata da Jonas e Slavek. Sembra solo un omaggio grafico, visto che il simil-Guccini accompagna con la chitarra un canto popolare ceco che ricorre più volte nei tre volumi dell’opera. Ma poi basta girare pagina e, in un’ultima vignetta a sorpresa, il chitarrista intona i primi versi dell’Avvelenata, canzone della quale abbiamo già parlato qui e che fu composta dieci anni dopo i fatti narrati nel fumetto. Un buffo caso, insomma, di distorsione spaziotemporale, comunque una conferma della stima che lega i due (Guccini scrisse la prefazione a “Tavole fuori testo”, una lussuosa antologia di disegni di Giardino, edita in soli 500 esemplari nel 2001). 


Cosa c’entra il Diritto? 

In questo blog dedicato ai rapporti tra diritto e fumetti, potremmo cercare di abbozzare una traccia per un futuro scritto su “Spunti giuridici nell’opera di Vittorio Giardino”; ma l’impresa è forse troppo impegnativa. 

Ci limitiamo allora a ricordare la scena in cui la madre di Jonas si reca dall’avvocato Rindel, un vecchio signore borghese che ricorda le lezioni di diritto romano di prima della fine dell’Impero austroungarico, e che lamenta di non capire cosa sia diventata la legge sotto il nuovo regime. 


Nell’opera appaiono altri riferimenti giuridici all’ingiusta, kafkiana condanna subìta dal padre di Jonas; il quale non viene però mai mostrato a giudizio, per evidenziare l’inesistenza di un vero e proprio processo e la mancanza di garanzia legali in condanne basate solo su un pregiudizio antiebraico e antiborghese. 

Il dr. Fink viene invece mostrato in carcere, con il volto emaciato e la tuta da detenuto. Sebbene, nella tav. 9 del primo volume, egli sia da solo in cella, la disperazione dell’andirivieni nello spazio minuscolo ricorda la Ronda dei detenuti di Vincent Van Gogh. 


A 72 anni, Vittorio Giardino ha confidato, nell’intervista apparsa sul n. 271 di Fumo di China, di avere ancora molti progetti e molte storie da raccontare. La speranza, per tutti i lettori, è di poterle leggere… entro i prossimi trent’anni! 

© Francesco Lentano

lunedì 25 luglio 2016

fumetti dimenticati: FUNNYMAN, di Jerry Siegel & Joe Shuster

Curando la mostra GIUSTIZIA A STRISCE (che, a proposito, è sempre disponibile gratuitamente per eventuali riallestimenti) abbiamo pagato il giusto tributo a Superman, il papà di tutti i supereroi in costume, mostrando le riproduzioni di due copertine “processuali”, opere di grandi autori come Curt Swan:



Queste copertine sono anche riprodotte nel catalogo, ma qui ne proponiamo altre due, entrambe di Curt Swan.


Questa è del 1965, e mostra un giudice che obbliga Superman a scrivere alla lavagna, nemmeno si trattasse di quel discolo di Bart Simpson.

 Superman and Batman © DC Comics
Questa è del 1970, e mostra Lois Lane, fidanzata di Superman, accusata di omicidio.
Superman è un personaggio ancora oggi notissimo dopo 78 anni; del tutto dimenticato, invece, l’altro supereroe creato da Jerry Siegel e Joe Shuster, i due giovanotti di Cleveland che avevano ideato l’Uomo d’acciaio.


Al loro Funnyman, però, è stato dedicato un bel volume antologico, edito negli USA da Feral House e, ovviamente, non tradotto in italiano.


Se Superman ha un tono serio e anche drammatico nelle prime avventure (la provenienza da un pianeta morente, il dramma di sentirsi diverso da ogni altro umano), Funnyman è la farsa in persona; Larry Davis, attore comico nella vita di tutti i giorni, si trasforma nell’Uomo Buffo indossando un costume da clown e un nasone, utilizzando come superpoteri i tipici accessori del pagliaccio, trasformati in aggeggi da difesa e da offesa.
Poteva mancare una scena processuale nel volume di Funnyman? Certamente no, perché giudici e avvocati sono da sempre un ottimo bersaglio per ironia e satira.


Ecco la sequenza, non ben riprodotta nel volume (e dunque nemmeno qui) perché è tratta dalle storie del personaggio apparse sui giornali quotidiani, e non da quelle dei comic book.
La storia è abbastanza ingarbugliata, ma ruota intorno ad una questione di diritto d’autore. Larry utilizza nei suoi spettacoli una canzone scritta dal suo amico Jerkimer Jones, che però è stato imbrogliato da un impresario a cui ha firmato un contratto con clausole minuscole e illeggibili.
Per smascherare la truffa, Larry si trasforma in Funnyman progettando di trasmettere, per radio, una registrazione in cui l’impresario ammetterà l’inganno. Il giudice davanti al quale è stato portato il caso, viene avvisato via telefono ed invitato a seguire la trasmissione.


Ma il magistrato non prende la cosa sul serio e si addormenta sul più bello… facendo, al solito, la figura da perfetto idiota che sovente fanno i magistrati nelle storie a fumetti che proponiamo in questo blog.


I contratti con clausole minuscole e illeggibili sono un luogo comune delle storie comiche a sfondo giuridico. Eccome un esempio in un classico Disney del 1972, “Paperino e la norma delle regole” (testo di GuidoMartina, disegni di Romano Scarpa).


Anche la nostra Corte di cassazione ogni tanto si occupa di clausole microscopiche; ecco una sentenza ove il formato minuscolo dei caratteri, insieme ad altri artifici, ha fatto dichiarare nulle le cosiddette clausole vessatorie:


Tornando a Funnyman, però, gli autori del volume tendono ad inserirne la vicenda nel solco dell’umorismo ebraico, puntando sul fatto che sia Siegel che Shuster erano ebrei. Come anche un mucchio di altri autori di fumetti, quasi più degli italiani di cui abbiamo parlato già qui.

Con questo 64° post, GIUSTIZIA A STRISCE chiude la seconda stagione. Sono ben accette cartoline dalle vacanze, al solito indirizzo:
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