sabato 28 aprile 2018

SCOPERTO IL DISEGNATORE DI MARTIN LUTHER KING

Arriviamo buoni ultimi; ma, si sa, gli ultimi saranno i primi.

Riprendiamo, a distanza di un po’, una notizia già data dallo zio di tutti i blogger sul fumetto, Gianfranco Goria, che ne ha parlato qui, citando a sua volta un blog americano.




La notizia è che, a distanza di decenni, è stato identificato l’ignoto disegnatore di un fumetto passato alla storia per il suo impegno politico: Martin Luther King and the Montgomery Story.

In questo blog abbiamo già parlato del razzismo nei fumetti, citando un bel saggio scritto da Alessandro Bottero. Ora riprendiamo il tema perché la questione è veramente interessante.

Il fumetto in questione, sul quale esiste anche una voce di Wikipedia, non fu prodotto e distribuito da un editore commerciale, ma da una associazione pacifista; ebbe dunque ampia diffusione, ma, non essendo legato al mondo del collezionismo come accade nei fumetti seriali cosiddetti mainstream, pochissime copie ne sono state conservate, e non si sapeva chi ne fosse l’autore.



La ricerca è durata anni, con varie ipotesi, sino a che, in occasione di una fiera di fumetti a New York, l’ormai novantenne Sy Barry ha confermato di essere stato il disegnatore del fascicolo.
L’opera può essere letta liberamente in inglese e spagnolo, poiché è stata interamente scansionata e messa in rete; dunque chi è interessato potrà leggerla, è scritta in termini molto semplici per poter essere compresa da tutti. L’aspetto visuale è pure molto curato, e del resto Barry, insieme al fratello minore Dan, è stato uno tra i più apprezzati artisti del fumetto americano tra gli anni Quaranta ed i Settanta.
Lo sfondo giuridico dell’opera non è dato dalla presenza di giudici o avvocati, che in effetti non compaiono mai direttamente; ma il mondo della legge resta sempre presente.

La premessa è che, quando gli afroamericano iniziarono il famoso boicottaggio degli autobus pubblici a Montgomery, Alabama, preferendo recarsi al lavoro a piedi o con i pochi altri neri conducenti di taxi, la polizia locale cercò in tutti i modi di ostacolarli per far cessare il boicottaggio.

Ecco un esempio in una vignetta, dove l’agente promette al conducente di spedirlo dritto dritto davanti al giudice.



E qui lo stesso Martin Luther King viene fermato.


Il tutto portò ad una storica sentenza della Suprema Corte, come si vede in questa vignetta.



Dal punto di vista della storia del fumetto, sebbene il già citato libro di Alessandro Bottero citi molti casi di prodotti dell’industria editoriale favorevoli alle rivendicazioni degli afroamericani, è importante notare che il fascicolo in questione rimase del tutto al di fuori della normale diffusione, essendo stampato, come detto, da una associazione no-profit, e distribuito in chiese, comunità e centri di aggregazione giovanile.

Del resto è sbagliato pensare che il fumetto (ma lo stesso vale per ogni altro mezzo di comunicazione) viaggi solo attraverso i canali ordinari del prodotto industriale. Vi sono molti altri casi di opere dalla distribuzione parallela o alternativa, che nondimeno si pongono come pietre miliari.




Sempre a proposito dei neri d’America, uno splendido volume mai tradotto in italiano, “Cartoons for Victory”, dedica un intero capitolo alla loro condizione negli anni della seconda guerra mondiale. Partendo da una cruda descrizione dello stato di segregazione in cui i neri vivevano allo scoppio delle ostilità, l’autore Warren Bernard spiega che per loro si trattò di combattere una guerra su doppio fronte, contro i segregazionisti in Patria, e contro l’Asse all’estero. A cercare di patrocinare l’impegno militare dei neri, finalmente ammessi in quasi tutte le forze armate nel corso del 1943, furono alcuni giornali distribuiti esclusivamente nei quartieri neri delle città; tra questi il Chicago Defender, che pubblicava le strisce dell’eroe nero Speed Jaxon, e il Baltimore Afro American, con la serie Jive Gray. I nomi degli autori di questi fumetti non sono passati alla storia, ma ancora una volta dimostrano come si possano diffondere delle idee anche senza vendere milioni di copie.

Concludiamo su Sy Barry. Rimandando qui per la voce di Wikipedia, e qui per il suo sito ufficiale, ricordiamo che per i lettori italiani non è facile poter ammirare la sua arte.

Al fratello minore Barry, a lungo disegnatore di Flash Gordon, la benemerita ANAFI ha dedicato un bel volume a cura di Alberto Becattini.




Sy è noto soprattutto per essere stato, per oltre trent’anni, disegnatore di Phantom, personaggio nato negli anni Trenta e conosciuto in Italia anche come L’Uomo Mascherato.



Sono da tempo fuori catalogo i numerosi fascicoli che la casa editrice Comic Art ha dedicato al personaggio; ma molti lettori ricorderanno anche un bel volumetto della Editoriale Corno, la storica casa editrice che rese celebri in Italia i Supereroi della Marvel.

Ecco un esempio dell'arte di Sy Barry:




sabato 24 marzo 2018

Recensioni / JONAS FINK, di Vittorio Giardino

Se il Guinness dei Primati desse maggiore spazio al Fumetto, anziché parlarci di gente capace di divorare centinaia di aringhe in pochi minuti, Vittorio Giardino avrebbe una buona possibilità di esservi menzionato. 
Con la pubblicazione del terzo episodio di Jonas Fink, l’autore bolognese ha chiuso nel 2018 una trilogia iniziata nel 1991 (se contiamo dalla apparizione delle prime pagine sulla rivista Il Grifo), o nel 1997 (se contiamo dalla prima apparizione dell’episodio completo in volume), e continuata nel 1998, anno di apparizione del secondo episodio, questa volta direttamente in libro. 25 anni per concludere una storia; potrebbe non essere un record mondiale assoluto, ma certamente ci sono buone possibilità di giocarsela.

 



Col tempo, quest’opera era diventato una sorta di araba fenice. Per i lettori che hanno amato i primi due episodi, l’attesa è stata lunghissima, in parte mitigata dalla possibilità di seguire un’altra trilogia, quella di No pasarán. Giardino infatti, un po’ perfidamente (ma gli artisti, si sa, devono seguire il proprio estro) ha sospeso Jonas per tornare a Max Fridman, il suo personaggio forse più noto. E poiché anche la trilogia di No pasarán si è dilatata oltre intenzione (come lo stesso autore ha ammesso in più occasioni), Jonas è divenuto la maledizione e l’ossessione per tutti i giardiniani d’Italia e del mondo. 

In ogni caso, dalla pubblicazione in volume del terzo episodio di No pasarán (avvenuta nel 2008) al terzo Jonas, sono trascorsi altri dieci anni, durante i quali il Nostro ha elargito qualche raccolta di disegni, qualche illustrazione, qualche copertina; certamente non abbastanza per soddisfare i suoi lettori. Non sono molti i disegnatori di fumetti che ha lasciato il loro pubblico a bocca asciutta per tanti anni. 

È stata ripagata la lunghissima attesa? 



Il formato di stampa e la sciatteria della Rizzoli 


Se invertiamo l’ordine dei fattori e paliamo prima del contenitore e poi del contenuto, certamente no. La Rizzoli, che ha acquistato il marchio Lizard (editore dei primi due episodi della serie) qualche anno fa, ha ben pensato di non pubblicare  il terzo volume con lo stesso formato e le medesime caratteristiche di stampa dei primi due. Ha invece pubblicato l’intera saga in un solo libro, con una grafica modesta e un formato bonsai che deprime il disegno del Maestro, e naturalmente ha costretto chi già aveva acquistato i primi due volumi (splendidi libri rilegati con sovraccoperta di grande formato) a ricomperarli. 




Le difese della Rizzoli, di fronte ai commenti critici apparsi sui social forum, sono note: molti lettori non avevano più memoria di quei vecchi libri, occorreva dare loro l’opera completa ad un prezzo contenuto. In realtà anche i nuovi lettori avranno di che lamentarsi. Nei primi due episodi, il rimpicciolimento rispetto al formato originale, fa sì che il lettering (che Giardino ha sempre curato a mano con estrema eleganza e precisione grafica) risulti di difficile lettura. Nel terzo, il lettering sembra concepito per le dimensioni di stampa prescelte, e dunque non ha problemi di leggibilità, ma in compenso le nuvolette invadono il disegno come mai era avvenuto in precedenza. 

Con tutto il rispetto per la politica editoriale di un editore celebre come Rizzoli, una scelta simile non può che deludere i lettori; del resto, parlando di un autore italiano, spiace particolarmente notare la disparità di trattamento rispetto alla Francia, ove il libro è uscito prima e in un formato più degno  (sebbene a sua volta ridotto rispetto allo standard) 

Ma che Giardino sia più rispettato oltralpe lo sappiamo dal 1989, quando sulla rivista A Suivre comparve il reportage a fumetti realizzato da un gruppo di fumettisti invitati a visitare l’Eliseo. Tutti francesi, ovviamente, a parte il Nostro. 

Lasciamo da parte le amarezze del contenitore e parliamo del contenuto. 

Una storia nella Storia

Jonas Fink è un fumetto storico, ambientato in quella che, anteriormente alla caduta del muro di Berlino, si chiamava Cecoslovacchia. Il protagonista, che troviamo bambino nel primo episodio, e che nell’ultimo giunge circa ai 50 anni, attraversa le vicende dolenti di questo paese: le repressioni staliniane, con il padre del protagonista arrestato e incarcerato solo perché ebreo e di origine borghese; le nuove speranze della cosiddetta Primavera di Praga; la repressione del 1968, con i carri armati sovietici che invadono Praga e mettono fine al sogno di un comunismo dal volto umano. 



Se, nei primi due episodi, la “macchina da presa” dell’autore è sempre su Jonas (ed il lettore non può che simpatizzare per questo ragazzino, costretto a crescere senza un padre ed a trovarsi un lavoro giacché gli viene negata l’iscrizione alla scuola superiore), nel terzo si ha l’impressione che il protagonista finisca con l’essere solo una pedina su uno scacchiere più ampio. Costretto a collocare i suoi personaggi in un momento tragico della Storia, l’autore sembra tenere meno all’eroe eponimo, al quale anzi non risparmia nulla, mostrandocelo fedifrago in amore, indeciso nel manifestare solidarietà agli amici, forse anche vile quando si convince a cercare di lasciare il paese. 

Si ha l’impressione, insomma, che il personaggio, nell’arco di quasi trent’anni, abbia preso, nelle mani di Giardino, una direzione in parte differente da quella alla quale sembrava destinato. O forse questa è solo un’impressione da lettore, e la trama era stata definita a grandi linee sin dall’inizio. 

Va detto anche che il terzo episodio si compone di 161 pagine, contro le 46 del primo e le 94 del secondo; e che, forse anche per l’età che avanza o per l’esigenza di portare a termine un’opera rimasta così complessa, si ha l’impressione di un disegno meno accurato del solito, e di qualche stacco di sceneggiatura un po’ brutale. 

Non volendo privare il lettore, che ancora non ha letto il libro, del piacere di scoprirne ogni dettaglio, non riveliamo qui la trama; piuttosto proviamo ad approfondire qualche segno di stile. 

Ritorno all’antico 

Intanto Giardino manifesta una grande padronanza nel tenere le redini di una storia dilatata nel tempo. Sono sempre precisi ed accurati, anche nel terzo episodio, i riferimenti ad eventi avvenuti nei tomi precedenti; e non può certamente essere casuale la scelta di aprire la nuova storia con Jonas ormai adulto in campeggio, in una natura lussureggiante come solo nei disegni del Nostro; esattamente come si apriva il primo volume, quando Jonas bambino era accompagnato all’aperto dai genitori ancora spensierati. 

È invece piuttosto curioso il ritorno ad una struttura della pagina più variegata rispetto ai due episodi precedenti. Nelle prime storie della maturità, ad esempio Rapsodia ungherese, Giardino inseriva vignette tonde o dai contorni frastagliati; una scelta stilistica che poi sembrava abbandonata, come già notarono Marcello Aprile e Simone Zeoli nel saggio “Le porte d’Oriente: Lettura linguistica dei fumetti di Vittorio Giardino”. 

Nei due episodi iniziali di Jonas Fink, simili espedienti vengono abbandonati, la massima deviazione, da una gabbia regolare della tavola, è l’uso di vignette che in parte si incastrano tra loro, ma sempre mantenendo una forma ortogonale. Nel terzo, le soluzioni si fanno fantasiose: nella tav. 21, una vignetta a forma di stella ha l’effetto di dare rilievo al volto di Tatiana, la ragazzina con cui Jonas scopre l’amore nel secondo episodio. In molte tavole appaiono vignette curvilinee; e nella tav. 60, il doppio volto femminile ricorda una soluzione adottata nella tav. 69 della già citata Rapsodia ungherese. 


Tra i ritorni dal passato c’è anche una certa componente erotica, ripescata forse dai tempi di Little Nemo. L’Autore non ha mai fatto mistero di saper disegnare il corpo femminile, ma nella trilogia precedente aveva accuratamente evitato il tema, col rischio di far apparire sin troppo stoico il protagonista Max Fridman, che a più riprese si sottrae alle proposte esplicite dell’amica Claire. Questa volta, di Jonas non ci viene risparmiato nulla, nemmeno la passione che lo travolge nel ritrovare Tatiana dodici anni dopo gli eventi narrati nel secondo volume. Scene che possono sembrare fuori luogo in un contesto drammatico del genere, ma che in fondo ci ricordano che la vita continua in ogni circostanza. 

Il giudizio sullo Stalinismo 

La Storia ha emesso le sue sentenze: il comunismo reale, come era chiamato il sistema creato nei paesi oltre la cortina di ferro, è collassato ovunque; a fatica oggi si trova qualcuno disposto a difendere le ragioni storiche di quella esperienza. Semmai si può discutere se le macerie del muro di Berlino abbiano travolto anche chi, nei paesi occidentali, aveva già preso le distanze dal modello sovietico e, non avendo conosciuto la tirannia comunista (ma semmai, in Italia, quella fascista), ha continuato a credere nel socialismo come in un mero ideale di giustizia. 

Giardino, che non ha mai esternato pubblicamente le sue opinioni politiche, rappresenta in quest’opera quelli che, con molta verosimiglianza, erano realmente le sensazioni e le emozioni di un paese totalitario. Vediamo la madre di Jonas fare la fila per conquistare generi di prima necessità; l’onnipresente polizia politica che tesse una rete di spionaggio tra un cittadino e l’altro; la violenza subdola, sottile anche quando non brutale sul piano fisico, con la quale le istituzioni tiranneggiano i cittadini dissenzienti. 

Eppure sbaglierebbe chi pensasse ad un’opera manichea. Sarebbe facile, ora che il crollo del Muro è storia passata, sparare solo sui cattivi di allora. I comunisti di Jonas Fink non sono rappresentati in maniera grottesca, come ottuse marionette, come lo erano, ad esempio, al tempo della guerra fredda nei fumetti della Marvel. 

Giardino coglie mille sfumature e non manca di rappresentare le contraddizioni tra chi, nel comunismo, ci ha veramente creduto, e chi ne ha fatto solo motivi di carriera. 

Quando, nel primo volume, a Jonas è negata l’iscrizione a scuola, l’autore mette in bocca, ad un dirigente scolastico, un discorso che potrebbe anche sembrare in buona fede, ma che conduce a conseguenze aberranti, poiché per ragioni politiche (figlio di un ebreo borghese), a Jonas viene impedito di iscriversi al ginnasio. 


All’inizio del secondo volume, un direttore di cantiere sembra rifiutare di assumere il giovane come apprendista muratore, quando apprende che è figlio di un “nemico del popolo”; ma non per timore, bensì per convinzione nel partito, al quale dichiara di essere iscritto da vent’anni, e dunque da prima della annessione del paese al Patto di Varsavia. 

Ed anche nel finale del terzo episodio, quando il Jonas di mezza età si ritrova a tu per tu con uno dei poliziotti che lo avevano minacciato da giovane, lo sguardo dell’autore sembra rifuggire da ogni forma di severità, abbracciando invece la tragedia della Storia in uno sguardo di pietà. 

I personaggi 

Impossibile non appassionarsi a personaggi che si seguono nell’arco di un racconto che non solo prende, nella finzione, 40 anni di storia, ma che i lettori della prima ora hanno a loro volta imparato a conoscere nel corso di quasi 30. 

A parte le connotazioni psicologiche, sempre molto ricche, si deve riconoscere a Giardino una notevolissima capacità di caratterizzare i visi, frutto di studi dettagliati. 

A parte Jonas medesimo, uno dei personaggi che certamente colpisce, protagonista silenzioso del secondo e del terzo episodio, è l’idraulico Slavek, ispirato graficamente al Giuseppe Tubi di disneiana memoria. 



Amante dell’alcool quanto basta, apparentemente pigro e indolente, in realtà in grado, a modo suo, di scardinare la logica del regime, Slavek si rivelerà, in più occasioni, in grado di rischiare in proprio pur di aiutare Jonas. Di tutti i personaggi, forse, è quello che più avrebbe meritato una menzione finale, una vignetta o una didascalia che tranquillizzasse i lettori sul suo destino. 

Impossibile, per chi ama leggere, non simpatizzare con il libraio Pinkel. Anziano già nel secondo episodio, compare ancora nel terzo, evidentemente sopravvissuto ai guai con la polizia che gli derivano dal custodire testi vietati dal regime. Pinkel trasmette l’amore per la lettura a Jonas, che dopo l’espulsione dalla scuola, aveva abbandonato ogni velleità di studio. Tra gli scaffali della sua libreria appaiono Kafka e tanti altri autori che hanno fatto grande la letteratura russa e mitteleuropea. La sua figura dimostra, anche se non ce n’è più bisogno dopo Fahrenheit 451, che leggere è sempre un atto sovversivo sotto qualsiasi regime; e che si può fare resistenza non solo gettando bombe, ma anche mantenendo viva la fiamma della libertà di lettura.

Tra le persone reali alla cui fattezze si è ispirato l’autore, un cameo lo merita il giornalista Vincenzo Mollica, che come direttore della rivista Il Grifo, tenne a battesimo le primissime tavole dell’opera. Giardino lo omaggia nel terzo volume, dando il suo volto al direttore di una emittente radio che continuerà a trasmettere clandestinamente dopo l’invasione sovietica. 


E non poteva mancare il cantautore Francesco Guccini

Giardino omaggia il suo concittadino dando le sue fattezze ad un avventore della taverna frequentata da Jonas e Slavek. Sembra solo un omaggio grafico, visto che il simil-Guccini accompagna con la chitarra un canto popolare ceco che ricorre più volte nei tre volumi dell’opera. Ma poi basta girare pagina e, in un’ultima vignetta a sorpresa, il chitarrista intona i primi versi dell’Avvelenata, canzone della quale abbiamo già parlato qui e che fu composta dieci anni dopo i fatti narrati nel fumetto. Un buffo caso, insomma, di distorsione spaziotemporale, comunque una conferma della stima che lega i due (Guccini scrisse la prefazione a “Tavole fuori testo”, una lussuosa antologia di disegni di Giardino, edita in soli 500 esemplari nel 2001). 


Cosa c’entra il Diritto? 

In questo blog dedicato ai rapporti tra diritto e fumetti, potremmo cercare di abbozzare una traccia per un futuro scritto su “Spunti giuridici nell’opera di Vittorio Giardino”; ma l’impresa è forse troppo impegnativa. 

Ci limitiamo allora a ricordare la scena in cui la madre di Jonas si reca dall’avvocato Rindel, un vecchio signore borghese che ricorda le lezioni di diritto romano di prima della fine dell’Impero austroungarico, e che lamenta di non capire cosa sia diventata la legge sotto il nuovo regime. 


Nell’opera appaiono altri riferimenti giuridici all’ingiusta, kafkiana condanna subìta dal padre di Jonas; il quale non viene però mai mostrato a giudizio, per evidenziare l’inesistenza di un vero e proprio processo e la mancanza di garanzia legali in condanne basate solo su un pregiudizio antiebraico e antiborghese. 

Il dr. Fink viene invece mostrato in carcere, con il volto emaciato e la tuta da detenuto. Sebbene, nella tav. 9 del primo volume, egli sia da solo in cella, la disperazione dell’andirivieni nello spazio minuscolo ricorda la Ronda dei detenuti di Vincent Van Gogh. 


A 72 anni, Vittorio Giardino ha confidato, nell’intervista apparsa sul n. 271 di Fumo di China, di avere ancora molti progetti e molte storie da raccontare. La speranza, per tutti i lettori, è di poterle leggere… entro i prossimi trent’anni! 

© Francesco Lentano

lunedì 25 luglio 2016

fumetti dimenticati: FUNNYMAN, di Jerry Siegel & Joe Shuster

Curando la mostra GIUSTIZIA A STRISCE (che, a proposito, è sempre disponibile gratuitamente per eventuali riallestimenti) abbiamo pagato il giusto tributo a Superman, il papà di tutti i supereroi in costume, mostrando le riproduzioni di due copertine “processuali”, opere di grandi autori come Curt Swan:



Queste copertine sono anche riprodotte nel catalogo, ma qui ne proponiamo altre due, entrambe di Curt Swan.


Questa è del 1965, e mostra un giudice che obbliga Superman a scrivere alla lavagna, nemmeno si trattasse di quel discolo di Bart Simpson.

 Superman and Batman © DC Comics
Questa è del 1970, e mostra Lois Lane, fidanzata di Superman, accusata di omicidio.
Superman è un personaggio ancora oggi notissimo dopo 78 anni; del tutto dimenticato, invece, l’altro supereroe creato da Jerry Siegel e Joe Shuster, i due giovanotti di Cleveland che avevano ideato l’Uomo d’acciaio.


Al loro Funnyman, però, è stato dedicato un bel volume antologico, edito negli USA da Feral House e, ovviamente, non tradotto in italiano.


Se Superman ha un tono serio e anche drammatico nelle prime avventure (la provenienza da un pianeta morente, il dramma di sentirsi diverso da ogni altro umano), Funnyman è la farsa in persona; Larry Davis, attore comico nella vita di tutti i giorni, si trasforma nell’Uomo Buffo indossando un costume da clown e un nasone, utilizzando come superpoteri i tipici accessori del pagliaccio, trasformati in aggeggi da difesa e da offesa.
Poteva mancare una scena processuale nel volume di Funnyman? Certamente no, perché giudici e avvocati sono da sempre un ottimo bersaglio per ironia e satira.


Ecco la sequenza, non ben riprodotta nel volume (e dunque nemmeno qui) perché è tratta dalle storie del personaggio apparse sui giornali quotidiani, e non da quelle dei comic book.
La storia è abbastanza ingarbugliata, ma ruota intorno ad una questione di diritto d’autore. Larry utilizza nei suoi spettacoli una canzone scritta dal suo amico Jerkimer Jones, che però è stato imbrogliato da un impresario a cui ha firmato un contratto con clausole minuscole e illeggibili.
Per smascherare la truffa, Larry si trasforma in Funnyman progettando di trasmettere, per radio, una registrazione in cui l’impresario ammetterà l’inganno. Il giudice davanti al quale è stato portato il caso, viene avvisato via telefono ed invitato a seguire la trasmissione.


Ma il magistrato non prende la cosa sul serio e si addormenta sul più bello… facendo, al solito, la figura da perfetto idiota che sovente fanno i magistrati nelle storie a fumetti che proponiamo in questo blog.


I contratti con clausole minuscole e illeggibili sono un luogo comune delle storie comiche a sfondo giuridico. Eccome un esempio in un classico Disney del 1972, “Paperino e la norma delle regole” (testo di GuidoMartina, disegni di Romano Scarpa).


Anche la nostra Corte di cassazione ogni tanto si occupa di clausole microscopiche; ecco una sentenza ove il formato minuscolo dei caratteri, insieme ad altri artifici, ha fatto dichiarare nulle le cosiddette clausole vessatorie:


Tornando a Funnyman, però, gli autori del volume tendono ad inserirne la vicenda nel solco dell’umorismo ebraico, puntando sul fatto che sia Siegel che Shuster erano ebrei. Come anche un mucchio di altri autori di fumetti, quasi più degli italiani di cui abbiamo parlato già qui.

Con questo 64° post, GIUSTIZIA A STRISCE chiude la seconda stagione. Sono ben accette cartoline dalle vacanze, al solito indirizzo:
giustiziaastrisce@libero.it


lunedì 18 luglio 2016

LOST IN TRASLATION

In un certo senso, tradurre fumetti può essere più difficile che tradurre romanzi o saggi. Ciò per l’uso di molte espressioni gergali, o di variazioni sulla grafia dell’inglese; ma anche perché il fumetto si inserisce molto bene nella cultura pop, e dunque costringe ad adattamenti che devono tener conto del contesto in cui avviene la traduzione.
Facciamo un esempio.


Quella qui sopra è la traduzione italiana di una vignetta di una strip inglese, Patti, risalente al 1960, in due versioni: quella apparsa sul supplemento n. 11 alla rivista Eureka nel 1970; e quella apparsa sul n. 4 della collana L’Avventuroso Pocket nel 1975.
Qual è la differenza? Che nel primo caso, il traduttore si attiene all’originale inglese, nel quale Patti si rivolge ad un automobilista frettoloso chiamandolo Stirling Moss; nell’altra, più recente, la metafora viene invece resa con Nuvolari. Paradossalmente, la traduzione più recente ripesca un corridore già morto da un pezzo. Stirling Moss era invece ancora in attività ai tempi della strip; ecco una sua immagine italiana post-ritiro, tratta da Intrepido Varietà n. 32 del 1963.


Quando si tratta di rendere termini giuridici, la situazione si complica. Pochi sono infatti i traduttori in grado, nel rendere l’italiano, di usare un linguaggio tecnicamente corretto; e non è detto che esso sia usato nell’originale.
Fortunato Latella, storico del fumetto e autore di numerosi articoli su Fumetto, rivista dell’ANAFI, ha tradotto molte antiche storie a fumetti americane, tra cui le strisce di Connie, un personaggio poco noto da noi, pubblicato negli USA dal 1927 al 1944 (così riporta Wikipedia; ma per Latella il periodo esatto è dal 1929 al 1941). In un volume edito sempre dall’ANAFI, Connie passa da una avventura spaziale ad un “courtroom drama”, di cui abbiamo già mostrato una scena nel catalogo della mostra GIUSTIZIA A STRISCE.


Ecco un giudice che, nella traduzione di Latella, parla di “produrre” un teste, il che sembra piuttosto buffo, dato che da noi si “producono” in giudizio i soli documenti; ma l’espressione è usata nell’originale, come lo stesso Latella ci ha dimostrato gentilmente fornendo, per questo articolo, la vignetta americana.


Si tratta dunque di un caso di traduzione letterale, che però non coglie nel segno, perché il termine tecnico è corretto nella lingua originale ma non in quella italiana.
Ecco un estratto dal manuale “The art of prosecution”, di John Bugliosi, in cui si spiega appunto l’importanza, nel processo americano, di “produrre i testimoni”.


Vediamo un altro esempio. In una piacevole storia dei Vendicatori (Avengers n. 160 del 1977; in Italia, Thor e i Vendicatori n. 212 del 1979), un personaggio chiamato Sinistro Mietitore imbastisce contro i nostri eroi un vero e proprio processo, con tanto di accusa e difesa. 


Nel testo originario, la scena si apre con il cattivo che pronuncia la frase “Court is now in session”, che è formula consueta negli Stati Uniti; l’anonimo traduttore italiano, correttamente, evita la versione letterale (“La Corte è ora in sessione” farebbe ridere, perché per noi la “Corte” è un organo giudicante collettivo e non monocratico) e sceglie opportunamente un “La seduta è aperta” (l’alternativa avrebbe potuto essere “L’udienza è aperta”).


Un interessantissimo volume che parla sia di fumetti che di diritto è “The pirates and the Mouse”, di Bob Levin, un resoconto dei processi per violazione del diritto d’autore che la Disney imbastì contro un gruppo di fumettisti underground che, negli anni Sessanta, avevano realizzato storie illegali dei personaggi Disney, intenti in attività “per adulti” di regola precluse a Topolino & Co.


Il libro è stato tradotto in italiano dalla Free Books nel 2006, 3 anni dopo la pubblicazione originale; ma, a parte la scelta di un titolo infelicissimo, la traduzione fu molto contestata sia nelle recensioni che nei forum del fumetto, anche per l’uso di frasi che, in Italiano, sembravano tradire il senso giuridico del discorso.
Nonostante questi limiti, il libro è consigliabile agli appassionati di Fumetto & diritto, tanto più che, ora che la casa editrice ha chiuso, si trova nuovo su ibs a metà prezzo.

Vediamo se qualche editore proverà a tradurre, dall’inglese all’italiano, uno di questi simpatici saggi:





martedì 12 luglio 2016

Giudici-scrittori: intervista a Gaetano CATALDO

Proseguiamo il ciclo di interviste a scrittori che sono anche operatori del diritto. Dopo Roberta Gallego, magistrato a Belluno, ecco un altro giudice-scritture, questa volta operante a Catania: Gaetano Cataldo.



<<Il tuo primo romanzo aveva qualche riferimento giudiziario, il secondo nessuno. Pensi che per un giudice-scrittore sia più facile narrare del proprio lavoro? O la scrittura è anche un modo per “evadere”?

Certamente ad un giudice viene facile scrivere del suo lavoro. E la fortuna di molti cosiddetti giudici-scrittori è che il loro lavoro suscita anche l'interesse di molti lettori. Fin qui, però, non credo di essere ingeneroso dicendo che stiamo parlando, appunto, di giudici-scrittori, di scrittori, voglio dire, che in primis sono e restano giudici. Per uscire fuori da questo pur gradevolissimo ambito è necessario cimentarsi allora in qualcosa di diverso. Nel mio secondo romanzo ho provato a fare questo. 

Molti giudici-scrittori famosi sono soprattutto dei penalisti, tu sei un mite civilista. Pensi che il penale fornisca più suggerimenti per una storia?

Se parliamo di romanzi polizieschi, sì, certamente, i giudici penali fanno un lavoro che dà loro continuo materiale. Fuori di quest'ambito non credo che ci siano molte differenze.

Hai dei sensi di colpa per il tempo sottratto al lavoro? Come riesci a conciliare le due attività?

Ho scritto il primo libro durante il tirocinio; ricordo che a quei tempi il Consiglio Superiore della Magistratura prescriveva agli uditori giudiziari la tenuta di un "quaderno", lo chiamavano così "il quaderno dell'uditore"; in qualche modo il libro ha preso il posto del quaderno, e la cosa non mi è spiaciuta affatto; per il secondo libro va fatto un altro discorso; effettivamente la pubblicazione mi ha dato un certo disagio, ma più per il pensiero di possibili maldicenze che altro.

Il primo romanzo ha per protagonisti un professore universitario ed un pubblico ministero, il secondo uno psicanalista fallito. Cosa possiamo aspettarci per il terzo?

Non definirei Saverio Madiere uno psicanalista fallito; piuttosto lo direi un impostore di successo .... Quanto al futuro, al momento non saprei neppure dirti se ci sarà un terzo libro.

Questo blog è dedicato ai temi della Giustizia nei fumetti. Tu conosci il fumetto? Hai qualche predilezione per qualche autore o personaggio?

Sono cresciuto tra Tex e Diabolik, e l'Uomo Ragno, prima che diventasse Spiderman. 

                          Diabolik Copyright Astorina


Ho avuto la fascinazione per Dylan Dog, ed è stato un vero peccato non averne fatto all'inizio collezione. Oggi non leggo più tanto; mia moglie continua a comprare Julia dal primo numero. 

                     Julia Copyright Sergio Bonelli Editore

Un fumetto o graphic novel che mi piacerebbe leggere, e che però non c'è, potrebbe venire dalla saga del Comandante Jack Aubrey di Patrick O' Brian, quello da cui tempo fa è stato tratto il film Master and Commander. Peccato che nessuno ci abbia ancora pensato>>.


Il secondo romanzo di Gaetano Cataldo, “Il caso BI” è un’opera matura che, pur senza avere agganci giudiziari o fumettistici,  presenta finezze letterarie che lo rendono interessantissimo. Un dipinto fiammingo che compare in copertina e che è anche il motore immobile della vicenda; citazioni letterarie vere o verosimili; riferimenti colti alla psicanalisi; il mondo degli  scacchi (un classico anche nel campo del fumetto, come dimostrano le immagini qui sotto); tutto ciò contribuisce a formare un cocktail di grande fascino.

Per acquistare i romanzi di Gaetano Cataldo:

E ora... gli scacchi:



Copyright DC Comics

Copyright DC Comics