domenica 12 aprile 2020

EVERETT RAYMOND KINSTLER, un fumettista alla Casa bianca


Questa è la storia di un ragazzo che crebbe con un sogno, ma fu costretto ad abbandonarlo. Che ripiegò su altro, e in quell’altro divenne il migliore di tutti. Che attraversò varie vite e carriere, sempre nell’ambito artistico, senza paura e pregiudizi.
È una storia poco nota in Italia, ma che incrocia personaggi e situazioni ben conosciute anche da noi.
È la storia di Everett Raymond Kinstler.


Nato a New York nel 1926 da genitori di classe media, del tutto estranei all’ambiente artistico, Everett già a sette anni costrinse la madre a sforare dal budget familiare per acquistargli una serie completa di libri illustrati. Da bambino non faceva che disegnare, spesso ispirandosi agli autori di fumetti che vedeva sui quotidiani (soprattutto Hal Foster, Alex Raymond e Milton Caniff); poi, crescendo,  il suo interesse si concentrò sugli illustratori delle riviste che all’epoca andavano per la maggiore come Collier’s, The Saturday Evening Post, The American Magazine. Artisti che oggi sono un po’ dimenticati come Dean Cornwell, Norman Rockwell, e soprattutto James Montgomery Flagg, di cui pochi ricordano il nome, ma tutti hanno visto almeno un’opera: il celebre “Zio Sam” realizzato nel 1917 per convincere gli americani ad arruolarsi e combattere la prima guerra mondiale.


Già nella sua adolescenza, il giovane Kinstler si convinse che sarebbe diventato un collega di questi maestri, ed avrebbe visto le sue opere stampate su quelle prestigiose riviste; tanto che, minorenne, si presentò sfacciatamente a casa di Flagg, portando il suo portfolio.
Ma che studi effettuare per realizzare simili sogni? Dopo l’istruzione primaria, si iscrisse alla Music and Art High School, pensando di affinare i suoi talenti  in vista della carriera di illustratore che gli interessava; ma gli fu detto, come lui stesso ricordò, che quella di Norman Rockwell, Milton Caniff o Alex Raymond “non era arte. Si trattava solo di arte commerciale, mentre i veri artisti dipingono ciò che sentono”.
Kinstler sentì che era il momento di cambiare; ripiegò su un istituto tecnico, ma poi abbandonò anche quello preferendo, ad una istruzione formale, l’esperienza sul campo.
Nel 1942, infatti, a soli sedici anni, il ragazzo iniziò una carriera nel campo del fumetto, assunto da Richard E. Hughes, titolare di uno studio che forniva materiale alla Standard Comics. Kinstler lavorò come inchiostratore di Ken Battefield su  albi dai titoli suggestivi come Startling Comics o Real life comics.
Tra gli sceneggiatori, curiosamente, vi era una donna, Patricia Highsmith, allora poco più che ventenne, e destinata a sfondare come romanziera, autrice di opere adattate anche per il cinema come “Delitto per delitto” (Alfred Hitchcock) o “Il talento di Mr. Ripley”. Il giovanissimo Kinstler raccontava di essersi  innamorato di lei, ma di non avere speranze, essendo molto più piccolo della “collega”. Cercando di rendersi servizievole, il ragazzo chiedeva  continuamente di poter fare qualcosa per lei; ma quando la Highsmith, esasperata, gli chiese di andare a prendergli una Coca Cola per toglierselo un attimo di torno, lui si presentò con una Pepsi…
Non molto tempo dopo, Kinstler potè affrontare la sua prima storia da matitista, ed ampliare le sue collaborazione realizzando illustrazioni per le pagine interne (non a fumetti) di “pulp” come The shadow, Doc Savage ed altre testate delle case editrici Popular Publications (sino al 1953) e Street & Smith, tra cui la mitica Astounding Science Fiction.

Compiuti 18 anni, Kinstler fu reclutato nell’esercito, ma prestò un comodo servizio in New Jersey, non lontano da casa, potendo così continuare le collaborazioni. Come molti altri artisti, diede il suo contributo alla vittoria con una striscia a fumetti: Strictly G.I., apparsa per circa 40 episodi sul giornalino della base militare.


Nel 1947, terminata la collaborazione con Hughes, Kinstler disegnò quattro storie per la DC, ma la collaborazione non ebbe sviluppi, soprattutto per la volontà dell’artista di approdare ad una carriera nel campo della illustrazione.
Nel 1948 alcuni disegni furono utilizzati come copertine per pubblicazioni della Fawcett Publications, tra cui Hopalong Cassidy e Tom Mix. La copertina qui sotto potrebbe suonare familiare al lettore italiano...



… visto che assomiglia non poco a quella realizzata da Aurelio Galleppini per la copertina del romanzo “Il massacro di Goldena”, con protagonista Tex. Del resto, che l’amatissimo Galep si “ispirasse” ad opere di provenienza americana, è stato documentato in più occasioni.



Nel 1950 Kinstler iniziò a lavorare, sia per le copertine che per storie a fumetti, con la casa editrice Avon, su numeri unici come Pancho Villa e Teddy Roosevelt, e periodici come Jesse James o Zorro. In quel periodo, per la casa editrice lavoravano artisti che in seguito incrociarono le strade della Marvel, come Syd Shores o Wally Wood.
Tra le serie della Avon, una ha un nome che suona familiare al lettore italiano: si tratta di una delle tante incarnazioni a fumetti di Kit Carson, da noi noto soprattutto come spalla di Tex Willer nei fumetti della editrice Bonelli, ma che qui viene presentato come protagonista di avventure pretesamente più aderenti alla realtà storica del personaggio.


Ecco la copertina del numero 1, firmata da Kinstler. Nella prima storia dell’albo, non accreditata ma verosimilmente non disegnata dal Nostro, viene raccontata la “vera” vita di Carson, inclusa una parentesi giudiziaria:



a Santa Fè, il sedicenne Kit viene infatti condotto davanti ad un anziano giudice che prima lo condanna senza nemmeno consentirgli di difendersi, poiché il ragazzo non capisce lo spagnolo, poi ribalta totalmente la decisione sol perché l’imputato gli viene ricondotto davanti, questa volta con l’assistenza (non legale ma linguistica) dell’autorevole don Pablo Esperanza, nipote del governatore militare della città. 
Sulla seconda di copertina, ove la qualità di stampa era migliore rispetto alle pagine interne, Kinstler si sbizzarrì con illustrazioni al tratto in bianco e nero che avevano il compito di sintetizzare le varie storie contenute nel fascicolo; alcuni di questi lavori sono tra i suoi più ricercati in assoluto.


Alla collaborazione con la Avon si affiancò, nel 1952, quello per Ziff-Davis Publications; la casa editrice aveva assunto nientemeno che Jerry Siegel per lanciare una propria linea di comic book, che però ebbe scarso successo e terminò in breve tempo. Da un albo di questa serie, Nightmare n. 2, è tratta questa pagina, che introduce un adattamento da Edgar Allan Poe (“Il pozzo e il pendolo”) con una scena processuale suggestiva ma poco fedele al racconto, dove i giudici sono molti di più, sono vestiti di nero, le loro forme si confondono con quelle dei torturatori.


Dal 1953, l’artista  iniziò una nuova collaborazione con la Western Printing/Dell. Per la collana Four Color Series, Kinstler disegnò diverse storie lunghe complete, tra cui adattamenti a fumetti di racconti western come Zorro, Outlaw Trail (da Zane Grey) e molte altre.
Nelle more vi fu un brevissimo incontro con Stan Lee. Secondo Jim Vadeboncoeur, Jr, dal cui volume edito nel 2005 per la JVJ Publishing è tratta la maggior parte di queste informazioni, l’incontro partorì una sola storia di 5 pagine; ma il sito atlastales.com ne cita due, su Mistery Tales n. 15 nel 1953, e su Western Tales Of Black Rider n. 31 nel 1955.

Documentato anche  un contributo, con qualche illustrazione, alla linea di riviste per uomini pubblicate da Martin Goodman, proprietario del conglomerato editoriale i cui marchi più celebri furono, nel campo del fumetto, Timely, Atlas, e l’attuale Marvel, oggi notissima soprattutto per i film tratti dai suoi “supereroi-con –superproblemi”.


Ulteriori collaborazioni con il mondo dell’arte commerciale, oltre ai pulp e ai fumetti,  inclusero illustrazioni per libri, dischi, poster.


Nel gennaio del 1957, Collier’s, una delle prestigiose riviste illustrate a cui maggiormente Kinstler aveva sognato di collaborare, chiuse i battenti; ed anche nella altre che sopravvissero, la direzione grafica e artistica si allontanava sempre di più dai maestri dell’illustrazione classica che Everett aveva venerato. Negli stessi anni, i pulp erano sul viale del tramonto ed i fumetti, dopo la nota caccia alle streghe del senato americano, accusati di traviare la gioventù a stelle e strisce, costituivano un mercato sempre più ristretto rispetto agli anni in cui Kinstler aveva esordito.
Di fatto, il suo ultimo contributo nel campo del fumetto fu nel 1959 per la collana Classics illustrated; mentre l’ultimo libro illustrato, pubblicato nel 1963, fu una monografia su Giuseppe Verdi, contenente una suggestiva copertina e, all’interno, ritratti di svariati  compositori.


Un disegno non utilizzato nel libro è sicuramente molto familiare a noi italiani di una certa età: 


si tratta della riproduzione, al tratto, di uno dei due ritratti del musicista eseguiti nel 1886 dal pittore Giovanni Boldini, l’altro essendo quello che per anni ha campeggiato sulle banconote da mille lire.


Prive di sbocchi, dunque, già sul finire degli anni ‘50, inizio dei ‘60, si rivelarono le collaborazioni editoriali di Kinstler.
Nel frattempo, però, era accaduto qualcosa di nuovo.
Pur avendo abbandonato la scuola a quindici anni, e pur impegnatissimo a sfornare “arte commerciale”, il disegnatore non aveva mai smesso di investire su se stesso. Deciso a migliorare le sue capacità di illustratore, si era iscritto, sin dall’inizio della sua carriera nel fumetto, ai corsi di Frank Vincent DuMond, un pittore che aveva studiato in Europa e ai cui corsi d’arte, nel corso di circa cinquant’anni, studiarono alcuni dei più celebri artisti americani, tra cui il già citato Flagg.
DuMond non solo trasmise al giovane Kinstler le sue abilità pittoriche, ma anche lo convinse ad affittare un appartamento al The National Arts Club, un edificio abitato solo da artisti, al cui interno venivano organizzate mostre e dibattiti.
Ciò diede al giovane la possibilità di frequentare colleghi che divennero amici e maestri; ed anche di entrare in contatto con fenomeni artistici che un “normale” disegnatore di fumetti non avrebbe potuto incontrare; una foto del 1957, ad esempio, ritrae Kinstler insieme, tra gli altri, al pittore Salvador Dalì.


Nella veste di organizzatore delle conferenze del Club, Kinstler incontrò, tra le varie personalità, anche Ayn Rand, la controversa scrittrice americana di origine russa, autrice di romanzi basati su una filosofia chiamata “oggettivismo”, il cui maggior seguace, nel campo del fumetto, fu un certo Steve Ditko, papà dell’Uomo Ragno. La donna non gli risultò particolarmente simpatica.
Anni di attitudine a disegnare fumetti ed illustrazioni, uniti ad anni di apprendimento delle cosiddette “belle arti”, si mischiarono tra loro e si sublimarono in una nuova carriera: quella di ritrattista.
Nel 1957, Kinstler mostrò alcuni lavori ad una galleria d’arte chiamata Portraits, Incorporated, attraverso la quale, con un po’ di fortuna, ebbe la possibilità di  realizzare un ritratto del venticinquenne Forrest E. Mars, Jr, rampollo della famiglia industriale delle barrette di cioccolato molto note anche da noi.
Il ritratto piacque, così ne seguì un altro per un altro membro della famiglia, Forrest E. Mars, Sr.
Un appunto manoscritto del 1957, tratto dalla contabilità che l’artista teneva ai tempi, dà l’idea delle nuove possibilità di realizzo: gli 800 dollari ricavati dal ritratto sono incastonati tra i 45 ricavati da un altro lavoro, ed i 15 ottenuti dalla rivista pulp Ranch Romances. Decisamente, il cioccolato fa bene …
Il conflitto tra “arte commerciale” ed arte “vera” certamente si fece sentire, e non solo sul piano economico, se è vero che, alla sua prima mostra di pittura, nel 1959, l’organizzatore Erwin Barrie, titolare della Grand central Gallery, chiese a Kinstler di NON dire di aver disegnato in precedenza fumetti.  L’artista rispose secco: “E’ da lì che vengo”.
Anche quando il suo nome divenne celebre, e le sue opere ospitate nei maggiori musei degli Stati Uniti, il ritrattista non rinnegò mai l’autore di fumetti; esistono anzi numerosi disegni con i quali egli rese omaggio, da “grande”, ai personaggi che aveva disegnato alla DC o a Spirit, di Will Eisner, considerato il padre delle moderne graphic novel. Ecco un tributo ad Eisner in occasione della morte.


I suoi dipinti ufficiali dei presidenti degli Stati Uniti rimarranno nella storia. Li ritrasse praticamente tutti, da Richard Nixon a Bush Jr; esiste, ahinoi, anche un ritratto di Trump, realizzato ben prima che costui salisse inaspettatamente alla Casa Bianca.
Qui di seguito, invece, un ritratto di Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema americana, molto nota soprattutto per il suo impegno nella difesa dei diritti delle donne.



Everett Raymond Kinstler è morto il 26 maggio 2019, all’età di 92 anni.


Due anni prima, con un tratto già un po’ malfermo, aveva omaggiato ancora una volta Hawkman;  erano passati quasi 70 anni da quando aveva disegnato due storie dell’alato supereroe.

© Francesco Lentano

Per le immagini tratte da “Everett Raymond Kinstler – The artist’s Journey through Popular Culture – 1942 – 1962”, © Jim Vadeboncoeur Jr. ed Everett Raymond Kinstler




mercoledì 13 novembre 2019

Recensioni / STORIE DA DIMENTICARE, di Vittorio Giardino





Ritratto dell’artista da giovane

Per molti artisti, il rapporto con le opere giovanili non è stato idilliaco. C’è chi le ha rinnegate, chi le ha distrutte, chi semplicemente non ha mai ammesso di averle realizzate.
Nel campo del fumetto, uno dei casi più emblematici riguarda il personaggio di TINTIN. Quando il suo creatore, Hergè, che aveva realizzato il primo episodio un po’ per caso, raggiunse la maturità, decise di riprendere in mano gli episodi giovanili, ridisegnarli in parte, e farli entrare, solo in questa nuova veste, nelle collane di ristampe destinate ad eternare la fama del personaggio; ma da questo trattamento fu sempre risparmiato l’esordio, “Tintin nel paese dei soviet”, che poté essere ristampato solo poco prima della morte del suo creatore.

Tintin al museo del fumetto di Bruxelles

Vittorio Giardino, maestro pluripremiato le cui opere sono tradotte in mezzo mondo, non ha mai dato l’idea di soffrire particolari imbarazzi nel rievocare gli anni difficili degli esordi; è noto a tutti i suoi lettori, del resto, che egli abbracciò il fumetto con convinzione ed incoscienza, da adulto autodidatta, rinunciando ad una carriera già avviata di ingegnere.
Eppure, sebbene tutte le cronologie delle sue opere riportino diligentemente i cinque racconti apparsi nel 1978 sul supplemento La città futura – Fumetto, pochissimi lettori potevano dire di averle lette, e pochissime occasioni vi erano state, per Giardino ed i suoi storici, di citarle. Troppo diverso, quello stile acerbo degli esordi, dalla “linea chiara” che lo avrebbe reso famoso.
Per dare un’idea, il primo grande volume antologico dedicato al Maestro, il “Glamour Book” edito nel 1986 a cura di Vincenzo Mollica e Antonio Vianovi, dedica a queste storie solo quattro pagine. Altrettante sulla monografia curata da Oscar Cosulich nel 2013, cinque su “La quinta verità”, nulla su altre antologie o volumi critici.
Insomma, il dubbio che Giardino in fondo si vergognasse un po’ dei suoi esordi, esisteva; e non era certamente facile, né per i comuni lettori, né per i fan sfegatati del Maestro, poter giudicare con i propri occhi quale fosse la qualità di quelle cinque storie. La rivista che le aveva pubblicate, infatti, era un supplemento aperiodico ad una rivista edita dalla FGCI, costola del Partito Comunista Italiano che fu. Una testata, dunque, non professionale, anche se pubblicò fumetti di grandi autori, soprattutto francesi, sotto la direzione di quel Luigi Bernardi che in seguito, come direttore della rivista Orient Express e di tanto altro, sarà un protagonista dell’editoria italiana, a fumetti e non.
Circolavano, anzi, varie leggende su questa introvabile testata; una, di fonte oscura, voleva che un esponente dell’ex P.C.I. (o P.D.S., o D.S., o niente…), una volta giunto al potere, avesse deciso di eliminare quante più collezioni possibile, proprio per cancellare, a sua volta, qualche imbarazzante scritto di gioventù.
Senonché a Lucca Comics, edizione 2019, l’editore Mauro Paganelli ha presentato, un po’ a sorpresa, il volume STORIE DA DIMENTICARE, che non solo ristampa i cinque episodi già editi (quattro direttamente dalle tavole originali), ma ne ripesca addirittura un sesto, a suo tempo non pubblicato per la prematura scomparsa del supplemento.

Fumetti & pannolini

“Storie da dimenticare” a conferma della vergogna dell’autore? Macché, si tratta di un doppio senso per così dire postumo; il ciclo di storie fu infatti presentato con questo titolo fin dalla sua prima apparizione, quando certamente il suo autore non poteva prevedere gli sviluppi della sua carriera. Semplicemente, la serie ebbe questo titolo perché ogni episodio, indipendente dall’altro, mostrava le nefandezze di una certa epoca, pescando a piene mani tra le nequizie della storia: le violenze dei romani alla conquista del mondo; quelle dei coloni americani sui nativi; e poi la tratta degli schiavi, l’antisemitismo, ed altre forme di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

I quattro numeri de "LA CITTA' FUTURA" su cui apparvero i primi fumetti di Giardino

Nella prefazione al volume l’autore racconta con la consueta bonomia l’origine di queste storie; non nasconde che si trattò di esperimenti, una sorta di tributo a Dino Battaglia, un autore che in quel momento Giardino considerava come un modello; di qui la ricerca di un tratto ricco di grigi, in totale contrasto con lo stile grafico pulito che poi l’autore svilupperà negli anni a venire, e che è diventata il suo marchio di fabbrica.
Anche nella difficoltà di trovare la propria cifra stilistica, Giardino non perse l’indole sperimentale da ingegnere: “Dopo aver provato tecniche e strumenti diversi, alla fine scelsi il tampone di garza. Sfruttai la garza di ricambio dei ciripà che all’epoca giravano per casa e costruii alcuni tamponi che, opportunamente intrisi di inchiostro e premuti con pressioni modulate sulla carta, ottennero l’effetto che potete vedere”. Ma questo effetto, in realtà, lo si vede ora per la prima volta a distanza di quarant’anni, poiché la stampa de La città futura non consentiva di apprezzare certe sfumature. I non molti lettori che dispongono di entrambe le edizioni, possono divertirsi ad operare i dovuti confronti.


“Dal dì che nozze, tribunali ed are…”

Tra gli episodi che compongo il libro, quello più meritevole di essere menzionato in un blog dedicato ai fumetti ed al diritto è certamente “Pax romana”.


Il titolo sembra ispirato alla famosa espressione Fecero un deserto e lo chiamarono pace, rivolta ai Romani da un condottiero dei britanni e riportato da Tacito nel “De Agricola”. Protagonista della breve storia, infatti, è Davus, un giovane dacio che si trova a Roma durante l’erezione della Colonna Traiana, l’opera che ricorda appunto la vittoriosa campagna militare contro i daci.
Davus si ritrova a Roma, integrato in quella società, vinto politicamente e militarmente, ma incapace di adattarsi ad una nuova realtà di cui fatica a scorgere il senso, e di cui individua simbolicamente alcuni elementi: la scrittura, il circo, ed il Tribunale.


Sappiamo poco su come funzionasse l’amministrazione della giustizia presso i daci; è probabile che una qualche forma di “tribunale” esistesse anche prima della conquista di Traiano; ma certamente il diritto romano è considerato, ancora oggi, alla base degli ordinamenti giuridici moderni di stampo latino (il cosiddetto Civil Law, contrapposto al Common law di origine anglosassone). E certamente il tribunale è uno dei simboli della cultura romana, tanto che, per anni, come abbiamo raccontato qui, un simbolo di romanità come Marco Tullio Cicerone ha dato il volto alle marche da bollo utilizzate per gli atti giudiziari.
Una piccola digressione sulla Colonna Traiana: non sono pochi gli autori che, nella rappresentazione della campagna di Dacia scolpita sul monumento, hanno visto una sorta di protofumetto per l’uso della successione di immagini.
L’affermazione si trova in alcuni dei più noti testi italiani di storia del fumetto: tra questi “I primi eroi” (Garzanti, 1965); “I fumetti”, di Gaetano Strazzulla (Sansoni, 1970); “Didattica dei fumetti” di Domenico Volpi (La Scuola, 1977).

da "Didattica dei fumetti", di Domenico Volpi


Non solo per fan

A chi può interessare oggi un’opera simile? Certamente ai devoti di Giardino, specialmente quelli che,  da anni, cercavano di reperire i rari esemplari de La città futura – fumetto. Ma, in generale, e nonostante il disegno incerto e lo stile lontanissimo da ciò che va di moda oggi, anche al lettore di fumetti semplicemente curioso. Utilizzare brevi storie di poche pagine per narrare flash storici a volte inconclusi, può alla lungo stancare chi oggi è abituato alle graphic novel o a storie di più robusta struttura; ma in realtà costituisce un utilizzo del fumetto che ha ancora qualcosa da dire.
Ciò che colpisce soprattutto, in queste storie, è la voluta mancanza di pathos. I drammi della storia sono narrati per lo più dal punto di vista di chi li ha vissuti senza minimamente rendersi conto dell’infamia e dall’ingiustizia di quanto stava accadendo. La freddezza del capitano della nave negriera, che ai suoi superiori racconta algidamente di aver dovuto gettare in mare il carico, come se parlasse di casse di rhum e non di persone, è uno degli esempi di questa imperturbabilità del male.
I protagonisti di queste storie sembrano insomma non consapevoli, tranne rare eccezioni, di essere tasselli di un ben misero mosaico che, parafrasando il titolo della prima raccolta di racconti di Jorge Luis Borges, potrebbe ben chiamarsi “Storia universale dell’infamia”.
Un Giardino “politico”? Forse sì, se con questo aggettivo si intende non l’adesione acritica a questa o quella consorteria, ma la consapevolezza di dove si trovi l’ingiustizia nella storia e nell’anima dell’Uomo. Ed allora forse non sembrerà arbitrario, in questi giorni oscuri, ricollegare quelle pagine del 1978 ad altri, più recenti interventi grafici del Maestro. Come il manifesto utilizzato per la mostra “L’offesa della razza”, che rievoca le leggi razziali volute dal preteso “Grande statista del ventesimo secolo”. O il disegno qui sotto, utilizzato per un testo scritto da Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto e senatrice a vita, che oggi deve subire la vergogna di una scorta per proteggerla dalle minacce ricevute.


Francesco Lentano 



domenica 12 maggio 2019

RICORDO DI ROBERTO CAMILLERI

Roberto Camilleri era un appassionato di fumetti, ma pochi lo conoscevano in ambito nazionale perché non amava mettersi in mostra. Era socio dell’ANAFI, iscritto a gruppi Facebook come Fumettoso ed a Catania, la nostra città, frequentava abitualmente Etnacomics; ma non aveva mai voluto avventurarsi a Lucca o in altre capitali del fumetto, e raramente interveniva nei dibattiti. Era anche questa una forma di understatement, la stessa che lo portava a rifiutare le mie continue proposte di scrivere a quattro mani qualche articolo di saggistica. Diceva di non esserne in grado, ma non era vero: aveva una cultura fumettistica ad ampio raggio, che si intrecciava con una conoscenza profonda del cinema e della letteratura.


Lo stesso understatement caratterizzava la sua attività di giudice penale. Stimatissimo da colleghi ed avvocati, prolifico nella redazione di sentenze, rifiutava gli onori che ciò avrebbe potuto portargli, e pensava solo a fare umilmente il suo lavoro. Se tutti i magistrati italiani fossero come lui, l’arretrato che affligge i nostri tribunali probabilmente non esisterebbe. E questo lavoro ha continuato a portarlo avanti anche nella malattia, con un coraggio ed una abnegazione tali da far vergognare tanti modesti “impiegati” della toga.


Quando nel 2015, con la Fondazione Marco Montalbano di Viagrande, ideammo la mostra GIUSTIZIA A STRISCE (20 grandi pannelli espositivi, installati nell’atrio del Palazzo di Giustizia di Catania, dedicati ai giudici nei fumetti), mi diede tutto il supporto possibile, aiutandomi ad organizzare la conferenza di presentazione, e diffondendo, tra i tanti suoi amici e conoscenti, il libro-catalogo della manifestazione.

Nato a Catania nel 1962, Roberto Camilleri aveva ricevuto un valido imprinting fumettistico attraverso il Corriere dei Piccoli prima, e quello dei ragazzi poi. Aveva conosciuto i classici americani editi dall’editore Spada (una sua zia ne faceva una sorta di commercio), i supereroi-con-superproblemi della Marvel editi dalla Editoriale Corno, la riviste d’autore francese Pilote e Metal Hurlant, il rinascimento americano anni Novanta degli Alan Moore e Frank Miller, sino ad arrivare alle graphic novel di ultimissima generazione. 

In un mondo di appassionati di fumetti spesso pronti a difendere solo questo o quell’autore, questa o quella serie, personaggio o parrocchia, Roberto aveva una curiosità intellettuale assoluta. 

Due le principali caratteristiche del suo amore per il fumetto. Innanzitutto, sapeva perfettamente che esso è parte di una Cultura letteraria, visuale, artistica, che non può limitarsi al mondo delle vignette. Perciò, insieme ai fumetti, leggeva di tutto: romanzi, racconti, saggi, libri di cinema, di arte, di politica. Aveva una bellissima collezione del National Geographic, una rivista che ha col fumetto più punti di contatto di quanto si pensi (il grande Carl Barks, che ideò Zio Paperone e decine di altri personaggi per conto della Disney, sosteneva di scrivere le sue storie ispirandosi agli articoli della rivista geografica americana).


Inoltre, era perfettamente al passo con i tempi e detestava l’approccio puramente nostalgico al mondo del fumetto. Quando qualche quotidiano riproponeva personaggi del passato come Miki, Blek, Tex o Zagor, che pure per ragioni anagrafiche avrebbero dovuto essergli graditi, scrollava le spalle. Lui era avanti, alla ricerca di nuovi autori. Gli ultimi giovani maestri che ha scoperto ed amato sono due italiani: Leo Ortolani, il cui Rat Man stimava un capolavoro; e Zerocalcare, di cui aveva acquistato l’opera omnia.


“Cinzia”, proprio di Ortolani, è l’ultimo libro a fumetti che mi aveva imprestato, pochi giorni fa, nell’ambito del nostro consueto interscambio di carta stampata. Non avrei mai pensato che non ci fosse il tempo di restituirlo e commentarlo insieme; e non potrò mai sapere cosa pensava dell’ultima parte di “Jonas Fink”, la trilogia di Vittorio Giardino che avevo tanto amato e che ci tenevo leggesse.


Forse la malattia, la paura di non avere un grande futuro, lo aveva reso, per converso, meno propenso a rifugiarsi nel passato e più desideroso di guardare avanti, di vivere pienamente la contemporaneità. Così, già un paio di anni fa, mi aveva detto che non desiderava più confrontarsi con i vecchiumi. I classici, di ogni campo, li aveva letti, visti, ascoltati da giovane, da Shakespeare a Topolino al “Barbiere di Siviglia”; ora desiderava vivere il suo tempo e guardare al domani. Navigava in Internet, giocava ai videogiochi, seguiva il Marvel Cinematic Universe, conosceva più canali Youtube di un adolescente; e naturalmente cercava di cogliere, nei nuovi fumetti, il germe di un futuro luminoso anche per un’arte che periodicamente viene data per morta.

Abbiamo fatto in tempo a vedere insieme “Avengers: endgame”, che gli era molto piaciuto, come ha ricordato la moglie Maria alla commemorazione svolta ieri in Tribunale.

Ma la testimonianza più inaspettata della sua passione per il fumetto, della sua voglia di vita e di futuro, me l’ha data ieri Bruno Caporlingua, l’esperto che periodicamente organizza delle chiacchierate, in una libreria cittadina, dedicate ad autori e generi della storia del fumetto.


Era il 13 aprile, avevo accompagnato Roberto ad un incontro sull’autore americano Frank Frazetta; partecipava, come di consueto, un piccolo pubblico di appassionati, alcuni dei quali non avevamo mai visto prima. Tra questi c’era Paolo, un giovane universitario, che dopo aver letto della morte di Roberto, ha scritto a Bruno: <<Mi dispiace davvero tanto. Non lo conoscevo ma da quel poco che ho visto mi è sembrata una gran bella persona. Sai? Al termine dell’incontro mi disse solo due parole, che a questo punto credo che mi rimarranno impresse. Mi disse che era felice di vedere dei giovani in mezzo a un branco di vecchi: “Significa che c’è speranza”>>.

Arrivederci, amico mio.

Francesco Lentano
Catania, 12 maggio 2019















domenica 14 ottobre 2018

Tex, il GIUDICE BEAN e l'arte dei refusi

La notizia circola da qualche giorno anche sul web, ma la prima segnalazione ci è arrivata da Giuseppe Salvagno, della libreria Fumettosmania di Foggia, e da Rosanna Gianpaolo, animatrice del Teatro del Pollaio, che già abbiamo citato qui quando a suo tempo curarono l’allestimento della mostra Giustizia a strisce all’Università di Foggia. 


La notizia buona è che la Bonelli ha dedicato al personaggio del Giudice Bean uno di quei bei volumoni che, da diversi anni, rilanciano in formato gigante alcune delle più belle storie della serie regolare mensile. 






La notizia cattiva è che un clamoroso refuso, sulla costa del libro, ha reso questa edizione un po’ imperfetta. La casa editrice provvederà, a quanto pare, a ritirare le copie. 


In attesa di capir meglio se la responsabilità è dell’editore o dello stampatore, val la pena ricordare che il Giudice Bean è un personaggio che, nella storia della Casa editrice Bonelli, appare e scompare. 

Nel 1970, sul n. 117 della serie gigante, dopo la conclusione della storia iniziata sugli albi precedenti (“El paso”), sotto il titolo “La legge di Roy Bean” inizia una storia che occuperà anche i tre albi successivi. I testi sono di Gianluigi Bonelli, i disegni di Guglielmo Letteri. Carson fa in tempo a capitare nel Saloon-Courthouse del preteso magistrato, il quale amministra una giustizia a confronto della quale, gli ingolfati e imperfetti tribunali italici sono la Dea Giustizia in persona…

Tex 117<br>Copertina di Aurelio Galleppini<br><i>(c) 1970 Sergio Bonelli Editore</i>

Sergio Bonelli ha più volte raccontato di aver avuto lui l’idea, sottoposta al padre, di sfruttare un personaggio realmente vissuto, che fa parte della tradizione del west… 

L’editore rimase insoddisfatto di come il padre aveva trattato il personaggio (nel prosieguo dell’avventura, Bean scompare letteralmente, e tutto prosegue come una banale caccia a dei trafficanti d’armi; vedi sintesi su ubcfumetti); ma in precedenza, nel 1963, aveva egli stesso creato una serie dedicata al Giudice Bean; serie di pochi episodi, ma che è stata ristampata più volte, da ultimo nel 2016 da Editoriale Mercury. 
Di questa serie abbiamo già parlato qui; mentre la storia di Tex, ristampata nel volumone di grande formato appena uscito, l’abbiamo menzionata proprio nel catalogo della mostra “Giustizia a strisce”, di cui riportiamo un passaggio:

Concludendo ricordiamo che non è la prima volta che un libro a fumetti viene ritirato dal commercio immediatamente dopo la distribuzione; capitò, ad esempio, per il volume che il Corriere della Sera stampò appena dopo la strage di Charlie Hebdo, senza il consenso degli autori le cui opere erano state riprodotte.

Qui di seguito, a ricordo di quell’esperienza, a cui contribuì Paolo Bacilieri, riproproniamo, di questo grande autore, un vecchio, ironico omaggio proprio a Tex.


Concludiamo anche ricordando che, una volta, gli errori di stampa erano una cosa seria, e potevano portare a mandare al macero intere edizioni di giornali, come si racconta in questo vecchio articolo del 1988. La figlia del tipografo che studia il latino a scuola, e scova l’errore sfuggito a tutti, ha un che di commovente.


Oggi, anche il supplemento settimanale del Corriere della Sera può permettersi di parlare delle ferrovie del Perù in termini involontariamente licenziosi:


Se doveste trovare gravi errori in questo post, per favore, segnalatelo!

sabato 28 aprile 2018

SCOPERTO IL DISEGNATORE DI MARTIN LUTHER KING

Arriviamo buoni ultimi; ma, si sa, gli ultimi saranno i primi.

Riprendiamo, a distanza di un po’, una notizia già data dallo zio di tutti i blogger sul fumetto, Gianfranco Goria, che ne ha parlato qui, citando a sua volta un blog americano.




La notizia è che, a distanza di decenni, è stato identificato l’ignoto disegnatore di un fumetto passato alla storia per il suo impegno politico: Martin Luther King and the Montgomery Story.

In questo blog abbiamo già parlato del razzismo nei fumetti, citando un bel saggio scritto da Alessandro Bottero. Ora riprendiamo il tema perché la questione è veramente interessante.

Il fumetto in questione, sul quale esiste anche una voce di Wikipedia, non fu prodotto e distribuito da un editore commerciale, ma da una associazione pacifista; ebbe dunque ampia diffusione, ma, non essendo legato al mondo del collezionismo come accade nei fumetti seriali cosiddetti mainstream, pochissime copie ne sono state conservate, e non si sapeva chi ne fosse l’autore.



La ricerca è durata anni, con varie ipotesi, sino a che, in occasione di una fiera di fumetti a New York, l’ormai novantenne Sy Barry ha confermato di essere stato il disegnatore del fascicolo.
L’opera può essere letta liberamente in inglese e spagnolo, poiché è stata interamente scansionata e messa in rete; dunque chi è interessato potrà leggerla, è scritta in termini molto semplici per poter essere compresa da tutti. L’aspetto visuale è pure molto curato, e del resto Barry, insieme al fratello minore Dan, è stato uno tra i più apprezzati artisti del fumetto americano tra gli anni Quaranta ed i Settanta.
Lo sfondo giuridico dell’opera non è dato dalla presenza di giudici o avvocati, che in effetti non compaiono mai direttamente; ma il mondo della legge resta sempre presente.

La premessa è che, quando gli afroamericano iniziarono il famoso boicottaggio degli autobus pubblici a Montgomery, Alabama, preferendo recarsi al lavoro a piedi o con i pochi altri neri conducenti di taxi, la polizia locale cercò in tutti i modi di ostacolarli per far cessare il boicottaggio.

Ecco un esempio in una vignetta, dove l’agente promette al conducente di spedirlo dritto dritto davanti al giudice.



E qui lo stesso Martin Luther King viene fermato.


Il tutto portò ad una storica sentenza della Suprema Corte, come si vede in questa vignetta.



Dal punto di vista della storia del fumetto, sebbene il già citato libro di Alessandro Bottero citi molti casi di prodotti dell’industria editoriale favorevoli alle rivendicazioni degli afroamericani, è importante notare che il fascicolo in questione rimase del tutto al di fuori della normale diffusione, essendo stampato, come detto, da una associazione no-profit, e distribuito in chiese, comunità e centri di aggregazione giovanile.

Del resto è sbagliato pensare che il fumetto (ma lo stesso vale per ogni altro mezzo di comunicazione) viaggi solo attraverso i canali ordinari del prodotto industriale. Vi sono molti altri casi di opere dalla distribuzione parallela o alternativa, che nondimeno si pongono come pietre miliari.




Sempre a proposito dei neri d’America, uno splendido volume mai tradotto in italiano, “Cartoons for Victory”, dedica un intero capitolo alla loro condizione negli anni della seconda guerra mondiale. Partendo da una cruda descrizione dello stato di segregazione in cui i neri vivevano allo scoppio delle ostilità, l’autore Warren Bernard spiega che per loro si trattò di combattere una guerra su doppio fronte, contro i segregazionisti in Patria, e contro l’Asse all’estero. A cercare di patrocinare l’impegno militare dei neri, finalmente ammessi in quasi tutte le forze armate nel corso del 1943, furono alcuni giornali distribuiti esclusivamente nei quartieri neri delle città; tra questi il Chicago Defender, che pubblicava le strisce dell’eroe nero Speed Jaxon, e il Baltimore Afro American, con la serie Jive Gray. I nomi degli autori di questi fumetti non sono passati alla storia, ma ancora una volta dimostrano come si possano diffondere delle idee anche senza vendere milioni di copie.

Concludiamo su Sy Barry. Rimandando qui per la voce di Wikipedia, e qui per il suo sito ufficiale, ricordiamo che per i lettori italiani non è facile poter ammirare la sua arte.

Al fratello minore Barry, a lungo disegnatore di Flash Gordon, la benemerita ANAFI ha dedicato un bel volume a cura di Alberto Becattini.




Sy è noto soprattutto per essere stato, per oltre trent’anni, disegnatore di Phantom, personaggio nato negli anni Trenta e conosciuto in Italia anche come L’Uomo Mascherato.



Sono da tempo fuori catalogo i numerosi fascicoli che la casa editrice Comic Art ha dedicato al personaggio; ma molti lettori ricorderanno anche un bel volumetto della Editoriale Corno, la storica casa editrice che rese celebri in Italia i Supereroi della Marvel.

Ecco un esempio dell'arte di Sy Barry: